Qualche giorno fa ho fatto un breve intervento per le Giornate Europee dell’Archeologia in un evento organizzato da un gruppo di amici.

Il tema che mi è stato assegnato in accordo con la moderatrice dell’incontro, la mia collega e amica Alessia Frisetti, era relativo alla comunicazione in archeologia. L’argomento mi appassiona da tempo e da tempo si è coniugato alle mie ricerche più specialistiche nell’ambito della cultura materiale.

Più o meno da quando ho messo a fuoco la deriva sensazionalistica e propagandistica che le indagini archeologiche hanno iniziato a cavalcare alla stregua di una Novella 2000 dell’Archeologia o, per dirla con termini più recenti, alla stregua di una Netflix della cultura.

Dato che parlare da sola con una telecamera, in casa, seduta al divano, fingendo di avere qualcuno che mi ascolta davanti agli occhi, non mi è del tutto congeniale, ho pensato di trascrivere, migliorandolo un po’, quanto ho raccontato sabato pomeriggio. Lo faccio per superare l’impatto di quelle gaffe che ho colto risentendomi nella registrazione e soprattutto perché tengo moltissimo al tema e vorrei che fosse esaminato correttamente.

Per questo il passaggio da quello che ho detto a quello che scrivo oggi prevede un miglioramento ma senza stravolgimenti. Sbobinarsi, come si diceva un tempo (ora chissà come potremmo dire per rendere al meglio la trascrizione di quanto detto oralmente), non è divertente perché ti permette di cogliere ogni fallo del parlato ma é utile, di contro, per correggerti.

Gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto hanno stimolato ulteriormente le mie riflessioni sulla necessità di una partecipazione emotiva durante le narrazioni archeologiche, giacché tutti hanno conferito su temi di ricerca personali, mescolando dati e compartecipazione diretta allo studio per interpretarli.

Pur con modi diversi di comunicare e linguaggi decisamente plurali tutti erano accomunati da un unico grande valore comunicativo: quello della ricerca diretta e del bagaglio intero di essa, tappa dopo tappa.

Abbiamo quindi assistito non a interventi di natura divulgativa, ma a una generosa offerta di fruizione del loro sapere. Che sembrano sinonimi, ma non lo sono affatto: il divulgatore è colui che racconta qualcosa e, attraverso lo storytelling, cerca di catturare affabulatorio l’attenzione del pubblico narrando delle cose che ha acquisito, nella maggior parte dei casi, in maniera indiretta.

Rendere fruibile il proprio sapere è un processo molto più alto.

Rendere fruibile il proprio sapere un processo molto più complesso ed é un processo soprattutto che mette in campo le conoscenze personali, la proria ricerca e quindi l’indagine e l’assimilazione dei contenuti che si vanno a esporre.

Eccolo dunque il tema vero del mio contributo.

La necessità urgente di intendere l’archeo-comunicazione un’idea profondamente etica di narrazione della scienza.

Che ha profondo rispetto per l’utente perché non volge alla semplificazione dei concetti, ma alla loro rappresentazione attraverso tutte le sfumature che contengono.

Che ha profondo rispetto per l’intelligenza dell’utente, in maniera indipendente dagli strumenti che ha a disposizione nel suo bagaglio culturale. Perché occorre spingerlo oltre quel che sa, verso quello che non sa e, in particolare, a voler sapere.

Ecco io penso che più che comunicare, il nostro compito di archeologi sia trasmettere, ovvero mettere a disposizione il nostro tema di ricerca, quello che abbiamo imparato, in maniera totale, completa, e non parziale. Totale perché nulla di ciò che studiamo è nostro: noi archeologi siamo l’anello di collegamento tra quello che la terra ci sussurra e i fruitori del patrimonio che mettiamo in luce. Siamo braccia, occhi e mente a disposizione di un compito altissimo: la formazione attraverso la trasmissione.

Occorre che chiunque voglia incontrare l’archeologia esca da ogni incontro con essa pieno di dubbi, non con presunte certezze.

Dubbi che verranno dal non aver inteso perfettamente tutto, perché nulla gli è stato posto in maniera assolutamente semplice e pienamente lineare, perché non c’è stata resa accattivante attraverso le parole chiave, o uno scoop, o il ridicolo salto temporale di un termopolio pompeiano che si trasforma in un fast food, così che la difficile parola di una lingua morta possa essere destituita da una più facilmente memorizzabile.

Non è modernizzare il nostro compito, né rendere slang.

Se chi ci ascolta non ha acquisito almeno 10 nuove parole, 10 nuovi perché e 10 nuove curiosità abbiamo fallito nel nostro incontro. E non è un atteggiamento snob o, come si usa tanto dire oggi, radical chic. No, è etica della comunicazione e contezza del reale. D’altro canto quello del vocabolario che si impoverisce è un problema molto serio con un’eco ancora percepita lontana, è un allarme che risuona poco ma é già piuttosto impellente.

L’uso delle parole consone é essenziale.

Accusata di essere arroccata con se stessa, a parlare a gruppi di nicchia e farsi vanto della propria incomprensibilità, l’archeologia ha cercato di ammorbidirsi e discutersi, con esiti però non sempre felici. Ha avuto una mutazione pericolosa nella fretta della comunicazione, tradendosi spesso. Togliendo complessità alle sfumature e divenendo nozione come mai prima.

Allora io mi chiedo quale sia il nostro nuovo compito di comunicatori: informare o educare, divulgare o trasmettere?

Faccio sempre un esempio per meglio spiegare quel che intendo, perchè mi sembra chiarificatore. Io ho una nipote di 14 anni, faccio con lei discorsi molto complessi sulle faccende della vita, soprattutto quelle che la impensieriscono, raccogliendo con un sorriso tutto il pathos dell’adolescenza, e le dico sempre che di quei discorsi deve conservare traccia nella sua memoria, perché si spiegheranno da soli a mano a mano che cresce. La cosa vera, e unica chiave d’accesso continuo alla memoria dei nostri discorsi impari, è l’intesa, l’emotività e la relazione che ci unisce. Sarà quello che fermerà i termini spesso nebulosi delle questioni nella sua mente e il richiamo stesso alla comprensione totale nel tempo.

Ed è questo che immagino per l’archeologia: una chiave di empatia tra chi studia e chi fruisce di quello studio attraverso la percezione della fatica e della sorpresa dell’indagine, dell’esito della ricerca che le parole, quelle vere e complesse e sfumate, traducono senza per forza ricorrere al mainstream, al neologismo da web, alla lettura modernista degli slang in voga.

Un paio di anni fa scrissi un libro, un libro di racconti sull’archeologia narrata dall’archeologa che la vive. Il suo titolo molto ironico dissacrava un luogo comune che è facile strumento di accesso al mondo dell’archeologia: Quando Lara Croft arrossì. L’ordinarietà straordinaria di un’archeologa.

Oltre a richiamare Angelina Jolie, che so essere collegamento sentimentale immediato per molti, e i videogames che ne hanno un altro altrettanto forte, il personaggio, una Indiana Jones in gonnella, anzi in corti calzoncini, richiama l’avventura fantasmagorica dell’archeologia. Che così mal si concilia con la sospensione temporanea dei lavori in una piazza di pubblico utilizzo che costringe alla corsia di emergenza.

Eppure, il mito della frusta e del cappello a falda larga, mentre si è alla ricerca dei tesori immensi, è ancora abusato nei campi scuola per i ragazzi, nelle archeoqualsiasicosa e spesso a opera degli stessi archeologi.

Perché?

Perché è una facile chiave d’accesso, come il fast food, o l’esempio delle tegole numerate del tetto arcaico di Satriano di Lucania dette di un’antica Ikea, o altri mille e mille esempi di piccole Pompei che sorgono ovunque nei titoli dei giornali.

E se invece non trovo una piccola Pompei, ma le tracce di una capanna altomedievale in legno, poco maestosa e conservata più che peggio?

Allora non sono un archeologo, ma un rompiscatole che blocca i lavori.

E la responsabilità di questo di chi è?

Della comunicazione spot, di quella sensazionalistica. Di quella che deve vendere.

Ora dirò una cosa un pochino sconvolgente, ma tanto provocatoria da essere quasi vera: non è che per caso ci siamo messi a vendere la cultura?!

O che abbiamo mutato del tutto il verbo valorizzare, che in un colloquio informale Giuliano Volpe definì bellissimo, nel suo senso più materiale di assegnare un valore economico al Patrimonio?

Questo sì che è un tema avventuroso, pieno di mostri e stracolmo di insidie.

Ora, oltre gli integralismi che così bene mi riescono nella mia accezione di schiavo del passato, voglio semplicemente dire che la retta via della comunicazione per l’archeologia è il passo principe verso la legittimazione di una professione che va scomparendo e che ancora in pochi cerchiamo di salvare. Quasi da soli, o meglio isolati.

E anche verso la legittimazione del Patrimonio. Esso è fatto di grandi opere che soddisfano il gusto del bello e di piccole opere che danno i dati del quotidiano. E questo esito della ricerca sul doppio binario è a ben vedere l’esito della vita di ogni giorno.

Sapere comunicare il bello del frammento è saper comunicare il bello delle piccole cose quotidiane. È la nozione, il contesto che è dietro a essa, gli ambiti in cui il dato si inserisce anche se destinato a rimanere invisibile, è anche essere orgogliosamente una non-pompei per intenderci.

Nella stesura del mio secondo libro che ha per protagonista la stessa archeologa che ha fatto arrossire Lara Croft, mi sono cimentata nella ricerca della lettura del Paesaggio (culturale), che gli archeologi hanno trasformato in scienza impropria ormai vent’anni fa.

Attraverso l’archeologia del paesaggio hanno fondato la recente Paesologia di Franco Arminio, molto prima di ora: l’importanza della trasmissione orale degli abitanti più duraturi dei luoghi (quelli che ne conservano la memoria) o la restituzione a un piccolo paese di un pezzo di identità e di storia locale con uno scavo archeologico, per quanto minimo, così da rinnovarne l’attaccamento (che non deve coincidere per forza con il radicamento) è un esercizio sempre fatto che vorremmo/dovremmo continuare a fare.

Perché ogni luogo è una Pompei. 

E ogni ordinarietà è straordinaria.

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