martedì, 16 Luglio 2024



“Proprio non ci riusciva, mamma, a non farmi fare figure. Anche quando avevo tre anni e mi voleva bene, e per scherzare mi chiamava «cretina». «Cretina» diceva, accarezzandomi la testa mentre guardavo Topo Gigio alla tv.  «La mia cretina, la cretinetta mia.» E lo diceva con dolcezza, come un vezzeggiativo, e io, che credevo a tutto e vedevo mamma come il sole, così l’avevo preso. E poiché nessun’altra mamma chiamava la figlia «cretina» (figurarsi), «cretina» divenne per me la parola più bella, perché era solo mia.”
Ecco uno scorcio dell’infanzia di Matilde. Ed ecco il profilo di una madre che, vista dall’esterno, si può solo odiare.
Non superare le dosi consigliate (Guanda) di Costanza Rizzacasa D’Orsogna è, prima di tutto, il ritratto di una famiglia sicuramente disfunzionale nella quale ad avere la peggio è Matilde. Vissuta all’ombra di una madre bulimica, dipendente dai farmaci e che sembra disprezzarla (non perde occasione per metterla all’indice dileggiandola anche con cattiveria), Matilde ben presto ha problemi con il peso: ottanta chili a sedici anni, a diciotto quarantotto, centotrenta a quaranta.
L’anaffettività che respira tra le mura di casa (eccetto Leo, il fratello più piccolo, anche lui purtroppo una vittima del disamore familiare, tanto che da adulto viaggia solo con una sorta di farmacia ambulante e ogni cosa che fa la fa con incredibile esasperante) certo non la aiuta ad affrontare il mondo, un mondo dove l’immagine è tutto e lei è una ragazza emarginata con la sua esteriorità fuori dai canoni e i suoi comportamenti sopra le righe.
Da piccolina il pane la manda in estasi – e a casa è costretta a rubarlo perché la madre, per evitare che ingrassi ancora, glielo vieta -, per le brioscine e i biscotti sarebbe disposta a tutto – ma a casa sono off limits, così è costretta ad elemosinarle a scuola. Ma il suo inconscio, perfido anche lui, non le lascia scampo presentandosi con un incubo frequente: il taglio di una mano.
La Rizzacasa D’Orsogna non mette filtri, a volte è quasi emotivamente brusca nelle descrizioni, altre è eccessiva, ridondante: tutte particolarità che danno ancora più vigore a questa storia che non è facile da metabolizzare.
Il pathos di Non superare le dosi consigliate è tutto nello stile, quasi chirurgico, con cui è narrato: descrizioni dettagliate di ciò che accade, l’elenco dei medicinali, le oscillazioni del peso, le ferite (quelle sì, sono dell’anima) che non si rimarginano, le figure di adulti che avrebbero dovuto essere di riferimento e che invece tarpano le ali, irridono, umiliano. Una mamma come quella di Matilde sarebbe stata da allontanare immediatamente. Nell’atteggiamento verso la figlia, non sono giustificabili i suoi problemi. Abituata a vomitare, non si fa scrupoli a gettarle addosso il veleno, l’insoddisfazione per una vita che avrebbe voluto diversa: e mentre lei butta fuori il cibo, Matilde – per reazione? – ha una fame cronica – d’amore.
Non basta, per la ragazza, andare a studiare in America: sarà relativamente più semplice (diventerà la migliore del suo corso) ma le ansie e la fame non la molleranno. L’apice di tutta la sua disperazione lo raggiungerà subito dopo la morte della madre e i problemi finanziari del padre e, soprattutto, per colpa di Filippo, un quarantenne narcisista, manipolatore e senza scrupoli di cui si è invaghita. Matilde arriva a pesare 131 chili, convive con l’ostracismo di una società miope che preferisce additare anziché comprendere. Come estrema ratio, si chiude in casa per tre anni e vive una vita parallela sui social, fingendosi “normale”.
Non superare le dosi consigliate, sospeso tra gli anni Settanta e il presente, è un viaggio senza ritorno nelle dipendenze, nelle emozioni represse, nelle consuetudini dannose, nelle bugie.
Costanza Rizzacasa d’Orsogna è laureata in scrittura creativa alla Columbia University di New York. Scrive sul Corriere della Sera e sul supplemento culturale la Lettura, e tiene sul settimanale 7 la rubrica anyBody – Ogni corpo vale. Nel 2018 ha pubblicato la favola di successo Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda), in corso di traduzione in vari Paesi. 
Rossella Montemurro

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