domenica, 14 Luglio 2024

“È in quel momento che è arrivato il tumore. Come per dire Desideravi la morte? Eccola, ti faccio provare cosa significa. Qualcuno esaudisce i nostri desideri, non può essere una coincidenza che proprio quando volevo morire mi sono ammalato. Sto rischiando di perdere la vita perché sono stato accontentato”.

È paradossale come scoprire di avere un linfoma possa diventare una boa alla quale aggrapparsi in un momento di profonda depressione. Accade al protagonista di La vita in più (Mondadori) l’esordio di Fabio Rizzoli, un romanzo che ricalca proprio la storia dell’autore e che arriva al lettore con autenticità.

La vita in più è narrato in prima persona, quasi fosse un flusso di coscienza che alterna i ricordi della “vita di prima” con il presente in ospedale e il futuro che rimane – la “vita in più” del titolo che è tutta da scoprire e, soprattutto, apprezzare. Perché quella precedente, di vita, quella in cui era ignaro di essere ammalato, era diventata un conto alla rovescia verso la morte. Ingabbiato in una relazione senza più emozioni, in caduta libera sul fronte professionale, fisicamente prostrato da dolori alla schiena, da una nausea insistente e psicologicamente depresso (una depressione ciclica che da anni lo perseguita), l’unica via d’uscita, l’unico conforto – come spesso accade in casi simili – è accarezzare l’idea di togliersi la vita. Poi arriva un controllo in ospedale, una prima diagnosi che si abbatte come una sentenza ma rappresenta, per il protagonista, una botta di vita: “Pensai che  se fossi  stato  malato  avrei  avuto  la  scusa per mettermi al riparo dai problemi. Mi sarei potuto finalmente affrancare dalle responsabilità, rifugiandomi in una situazione in cui le circostanze esterne avrebbero deciso per me. Non avere difese, come un bambino. Essere custodito in un ambiente protetto, un asilo. Venire accudito, privo di colpe. Sì, la malattia avrebbe potuto salvarmi.” 

L’ospedale diventa un guscio protettivo, con gli altri degenti si crea un clima di complicità e, nel frattempo, i conflitti che lo hanno sempre dilaniato – amore e sesso, fedeltà e tradimento, speranza e depressione – tornano prepotenti restituendone tutta l’umanità: “Non andavo fiero dei miei tradimenti, ma nemmeno mi sentivo particolarmente in colpa. L’amore per me era una questione morale e non moralistica. L’infedeltà non significava tradire l’amore – che non può essere certamente messo sullo stesso piano di una scopata. Mi autoassolvevo senza rimorsi. Pensavo che in fondo non facevo male a nessuno, nemmeno alla fidanzata con cui stavo. Non le toglievo niente, semmai non mi stancavo di lei e la desideravo ancor di più, amante tra le amanti.”

Ancora: “(…) Abbiamo un modo particolare di guardare le donne, non osceno ma appassionato. È una differenza sostanziale. Significa riconoscere che ogni donna è un mondo a sé stante, da scoprire e amare. Se non avessi tradito, avrei tradito me stesso.”

La quotidianità in una stanza d’ospedale è narrata senza enfasi, in modo semplice e diretto. Non aspettatevi una storia che fa leva sulla compassione e sull’empatia: c’è tanta sincerità ma anche un sano distacco che permette a chiunque di immedesimarsi senza cadere nella retorica.

“Il tumore si era sviluppato troppo velocemente, ma il decorso di una malattia, qualunque sia la sua durata, è sempre troppo veloce, non è allineato con il ritmo della speranza. Una parte di me era comunque convinta che avrei assistito a un miracolo.”

Quella di Fabio Rizzoli è una narrazione profonda e significativa che non si lascia imprigionare negli stereotipi della malattia.

L’autore è nato e vive a Bologna. Con Fernandel ha pubblicato Almanacco dei giorni migliori – Primavera (2011) eInverno (2012).

Rossella Montemurro
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