martedì, 23 Luglio 2024

Tormentati e con un rapporto difficile con l’affettività. In fuga da cliché o convenzioni eppure ingabbiati nei dettami religiosi. Liberi ma tutti ossessivamente prigionieri di se stessi, di una propria concezione del mondo che fugge dalla realtà per rintanarsi in un idealismo esasperato.

Come spesso accade nei protagonisti dei romanzi di Paolo Giordano, anche in Divorare il cielo (Einaudi, SuperCoralli) si incontrano personaggi con vissuti intensi e problematici. L’incipit è un’immagine notturna di tre ragazzi che si tuffano nella piscina della nonna di Teresa. Sono nudi e sono entrati di nascosto in quella proprietà che confina con la loro – una masseria malridotta rispetto alla villa – e nella quale con i genitori, Cesare e Floriana, appartengono a una sorta di gruppo religioso integralista. Quei ragazzini – Nicola è il figlio della coppia, Bern e Tommaso sono stati adottati – sono cresciuti con un padre-santone che li ha educati con sguardi che non ammettono repliche, imparando a memoria salmi, nel rispetto assoluto della natura. Eppure, appena possono, in loro si fa strada prepotente la voglia di allinearsi ai coetanei, di trasgredire – di vivere.

Da quella notte Teresa non riesce più a dimenticare un’irruzione che rappresenta una ventata di freschezza nelle estati sempre uguali a Speziale, in Puglia: ed è da quella notte che per lei tutto cambia, irretita dall’energia di Bern e i suoi fratelli.

Ogni anno sarà per la ragazzina scandito solo dall’attesa delle vacanze per tornare da Bern: da bambina a donna, con lui, il passo a breve così come sarà breve perdere l’innocenza e, forse, anche un po’ di ragione; perché l’estate in cui non troverà più Bern ad aspettarla sarà la più brutta… perché Bern, che per lei era tutto, sembra sia andato via dopo aver messo incinta una ragazza…

Non sono mai scontate le trame di Paolo Giordano e, anche questa, ha, dietro le apparenze, storie complesse che tra loro si intrecciano e si respingono, coppie di amanti insieme solo per caso, destini crudeli che condannano, scelte sbagliate dettate dal cuore.

Teresa, torinese, universitaria con una famiglia benestante alle spalle, quando finalmente ritrova Bern e ascolta la sua verità non può fare a meno di credergli e, in nome di quell’amore così travolgente e malato allo stesso tempo, decide di andare a vivere a Speziale, in una masseria diroccata dove nel Duemila manca l’energia elettrica, non c’è acqua e non c’è connessione internet. Entra in una piccola comune nella quale la quotidianità rispetta i cicli della natura. Sopporta le ostilità degli altri componenti – altre coppie sbilanciate, persone allo sbando unite solo dall’idealismo – pur di rimanere accanto a Bern. La campagna pugliese è il teatro di questa storia che attraversa vent’anni e quattro vite. I giorni passati insieme a coltivare quella terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle, un anno dopo l’altro. Tante piccole storie personali che diventano fulcro della vicenda, in un susseguirsi di emozioni che travolgono il lettore.

È quando il gruppo si sfilaccerà e ognuno prenderà altre strade – anche in netta contraddizione con i valori che abbracciavano – che tra Bern e Teresa inizierà ad incrinarsi qualcosa.

“Ma passarono ancora dei minuti prima che ci decidessimo a muoverci, a entrare in casa e salire al piano di sopra. E in quell’interludio silenzioso sotto il leccio, vedemmo davanti a noi l’immagine di una bambina, la nostra bambina, chissà perché femmina, che danzava lì a pochi passi e raccoglieva un dente di leone tra l’erba effimera e ce lo porgeva. Era una fantasia e non ce la confessammo nemmeno dopo, ma ero certa, come ne sono certa oggi, che la vedemmo viva davanti a noi, e identica. Perché questo succedeva tra Bern e me in quegli anni: usavamo sempre meno le parole, ma eravamo ancora capaci di riconoscere insieme il visibile e d’inventare, in un tacito accordo, anche l’invisibile”.

Bern è viscerale, vuole tutto e subito: il desiderio di un figlio lo pervade in maniera ossessiva ed è disposto ad assecondarlo in ogni modo, cieco di fronte l’evidenza. Sarà Teresa – spossata dall’accanimento sul suo corpo, dai pellegrinaggi a vuoto tra i ginecologi, da un viaggio da incubo a Kiev per l’inseminazione artificiale – a dire basta e a farlo, probabilmente, nel modo peggiore.

“Fu durante l’intervallo di silenzio che segui che capii di avere ragione, prima che Bern rispondesse che non era vero, che non dovevo esprimermi in quel modo, che erano soltanto sciocchezze le mie; una pausa brevissima, non più di un’esitazione, il tempo in cui si prenderebbe un respiro appena più profondo. Stava considerando la possibilità che gli avevo offerto. Per un attimo mise a confronto su una bilancia due pesi impossibili: il desiderio di me e quello straziante di un figlio. Poteva succedere anche questo. Nella vita poteva succedere che dentro le persone nascessero dei desideri inconciliabili. Non era giusto ma non si poteva evitarlo, ed era successo a noi.

La sua incertezza mi chiarì quale dei due desideri aveva prevalso, anche se ora lui lo negava con tutta l’enfasi che una conversazione telefonica nel mezzo del mercato gli concedeva. Ma non ero arrabbiata con lui. Al contrario, mi sentivo calma, lucida come la notte dei crampi. In effetti, non sentivo più niente”.

Teresa rimarrà sola nella masseria, cercando di reinventarsi. Non ha neanche trent’anni e ha già un passato complesso – come l’infanzia e l’adolescenza di Nicola, Bern e Tommaso, piene di ombre e prive di sentimenti autentici.

“Sono fuggito dalla tua mano verso la tua mano”: l’amore non da’ tregua, l’amore soffoca. Bern ne ha dentro la vastità spaventosa, Teresa anche e sacrificherà ogni giorno per poter riabbracciarlo, per chiarire quel terribile equivoco che li ha allontanati.

Paolo Giordano si conferma un maestro nel narrare storie travagliate e bellissime, prove di sopravvivenza ai margini, passioni travolgenti e deleterie.

L’autore è nato a Torino nel 1982. È autore di quattro romanzi: La solitudine dei numeri primi (Mondadori 2008, Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima), Il corpo umano (Mondadori 2012) e Il nero e l’argento (Einaudi 2014). Ha scritto per il teatro (Galois e Fine pena: ora) e collabora con il «Corriere della Sera».

Rossella Montemurro

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