martedì, 23 Luglio 2024

Matera,  funerali dei Vigili del fuoco Nicola Lasalata e Giuseppe Martino. L’omelia di Mons. Caiazzo: “Amore non è più una bella parola, un gesto di benevolenza, ma un agire colmo di umanità: consumarsi pienamente fino alla morte”

Pubblichiamo l'omelia che mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina, ha pronunciato questa sera nel Palazzetto dello Sport, gremito, durante i funerali dei Vigili del fuoco Nicola Lasalata e Giuseppe Martino: Carissimi,...

La morte di un 23enne, Carlo Giuliani, centinaia di feriti, colpi di pistola, la Diaz e le sevizie sugli arrestati nella caserma di Bolzaneto: in quei giorni di luglio di venti anni fa “l’Italia democratica di inizio millennio sembrava una dittatura sudamericana. Non lo era. Eppure persone che mai erano state ostili alle forze dell’ordine si ritrovarono a temere al passaggio di una volante. Non ce lo aspettavamo”.

Ci furono “172 udienze, tre anni e mezzo di dibattimento fino alla sentenza del novembre 2008: oltre trecento testimoni sfilarono nell’aula bunker del palazzo di giustizia genovese davanti ai giudici Barone, Annaleila Dello Preite e Fulvia Maggio”.

Così Alessandro Mantovani, giornalista di cronaca giudiziaria, in Diaz. Processo alla polizia (Fandango), nuova edizione rivista e aggiornata, riporta la cronaca lucida di una delle più brutte pagine della nostra storia recente. L’autore ritorna sul processo ai vertici della Polizia italiana all’indomani della terribile notte della Diaz, al G8, e ne ricostruisce la storia attraverso le parole dei protagonisti (poliziotti, giudici, avvocati, manifestanti), il valore delle condanne e il percorso tortuoso che ha portato alla legge sulla Tortura 110/2017.

Carte alla mano, la sua è una ricostruzione puntuale e obiettiva di quella che il comandante Fournier definì “una macelleria messicana”.

Sabato 21 luglio 2001 più di 300 operatori delle forze dell’ordine fanno irruzione nel complesso scolastico Diaz. Qui arrestano e picchiano 93 persone sebbene non abbiano opposto alcuna resistenza.

Molti sono ragazzi e giornalisti stranieri (per lo più tedeschi, spagnoli e inglesi) che stanno dormendo. La polizia parla di “perquisizione” per la sospetta presenza di black bloc nell’edificio. Il portavoce dirà che i 63 coperti di sangue, usciti in barella dalla scuola, hanno “ferite pregresse”. Molti dei presunti black bloc scoprono solo in ospedale di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, resistenza aggravata e porto d’armi. Dopo il pestaggio nella scuola e le torture in ospedale, una cinquantina di arrestati vivono l’inferno delle torture nella caserma lager di Bolzaneto. I “prigionieri” solo dopo diversi giorni vengono rimpatriati con accuse gravissime.

“Tra i cosiddetti “occupanti” della Diaz/Pertini, Cestaro e altri venti riportarono fratture, specie alle mani e alle braccia come accade quando si cerca di difendersi, ma anche alle gambe, alle costole, al volto e alle ossa del cranio.

Oltre alle fratture, i traumi cranici si contavano a decine. Avevano tutti lividi spaventosi e ferite profonde.

Dopo quel massacro, in un’Italia normale, il capo della polizia sarebbe andato in televisione, avrebbe chiesto scusa e si sarebbe dimesso. E invece il preteso successo dell’operazione fu rivendicato a lungo, anche quando l’inchiesta giudiziaria era già entrata nel vivo”.

L’allora questore Pippo Micalizio –  tra i fondatori e poi nella segreteria del primo Siulp, poi capo della Squadra mobile di Milano, vicedirettore della Dia in prima linea in Sicilia dopo le stragi del ’92-’93, capo del Servizo centrale antidroga e in seguito prefetto con incarichi speciali – chiese l’apertura di procedimenti disciplinari a carico di sei alti funzionari e nella relazione sottolineò che i 93 erano stati “arrestati […] senza disporre, per ognuno di loro, di elementi che consentissero di ascrivere con una certa sicurezza specifiche responsabilità personali”.

“L’ispettore suggeriva anche – scrive Mantovani – di introdurre i codici identificativi sui caschi, che vent’anni dopo non ci sono ancora”.

Nonostante la relazione di Micalizio, scomparso nel 2005 a 60 anni, nessuno aprì i richiesti procedimenti disciplinari perché era già iniziata l’indagine giudiziaria. Nessun poliziotto fu mai sospeso dal servizio per i fatti del G8 del 2001.

Alessandro Mantovani, romano, ha studiato al Liceo Tasso, alla Sapienza e all’università Paris 2. Ha lavorato a Liberazione, al Messaggero, al manifesto dove ha seguito le inchieste e i processi per i fatti del G8 di Genova e al Corriere di Bologna. Dal 2014 è al Fatto Quotidiano.

Rossella Montemurro

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