domenica, 21 Luglio 2024

Imponderabile. È questa la prima cosa che viene in mente leggendo Cose che non si raccontano (Einaudi) di Antonella Lattanzi. Poi si è presi da sensazioni contrastanti: tristezza e dispiacere, perché immediatamente, da donna, ti immedesimi. Rabbia, tantissima rabbia al pensiero che ai giorni nostri su certe tematiche la medicina abbia ancora grossi limiti e il corpo umano faccia a volte da vera e propria cavia.

Antonella vuole un figlio, si sente finalmente pronta dopo aver abortito per scelta due volte.

“Non è mai il momento giusto per fare un figlio. Prima vogliamo vivere, viaggiare, lavorare.” Antonella vuole diventare una scrittrice: la sua è un’ambizione assoluta, senza scampo.

Il suo rapporto con Andrea è ormai consolidato, la sua carriera di scrittrice anche. Per lei, è finalmente il “momento giusto” per pensare di diventare mamma, malgrado ancora qualche paletto che si ostina a mettere – la nascita non deve coincidere con l’uscita e la promozione del prossimo libro, niente gemelli perché poi come si fa a gestirne due… Antonella è ingenua ma tenace, eppure la gravidanza non arriva. Lei e il compagno scelgono quindi la strada della procreazione medicalmente assistita e il primo step coincide con le chiusure e le restrizioni per la pandemia, marzo 2020 – con la conseguenza, per Antonella, di dover affrontare tutto da sola e senza anestesia, gli anestesisti sono impegnati nelle Rianimazioni. Tentativi su tentativi, lineette positive su centinaia di test di gravidanza che illudono solo per poche ore o pochi giorni, decine di medicine da prendere quotidianamente tanto da dover mettere sveglie sul cellulare per ricordarsi e poi la decisione di non dire niente a nessuno, a parte un paio di amiche fidate: è come se la vita di Antonella all’improvviso si sdoppiasse. Da un lato c’è l’editing del nuovo romanzo, la tranquilla quotidianità ostentata alla casa editrice, ai famigliari lontani che sente solo per telefono, agli amici con i quali continua a condividere serate in apparenza spensierate. Dall’altro c’è una ragazza con un desiderio legittimo, avere un bambino, che però rasente pericolosamente con un’ossessione – e sarà chiaro nelle ultime pagine quando, dopo aver rischiato la sua stessa vita, proprio non lascia andare il sogno di rimanere incinta e il ginecologo le dice: “Abbi un po’ di tenerezza per te stessa”.

Zerovirgolazerozerozero uno per cento: è questa la percentuale di rischi, pericoli e cose che potevano andare male nei due anni vissuti da Antonella e Andrea in un limbo di attese, speranze, delusioni enormi e dolore, tanto, sia psicologico sia fisico. Ed è una percentuale che più volte si è verificata, probabilmente sempre. Se Cose che non si raccontano fosse stata una storia di fantasia, sarebbe sembrata esagerata, eccessiva, irreale. Ecco perché leggendolo si percepisce la sofferenza, tenuta tutta dentro ed esplicitata per la prima volta in queste pagine, di una giovane donna. È una storia che mette in luce anche le falle del sistema sanitario, la mancanza di umanità di parte del personale di un ospedale cattolico della Capitale pronto a puntare il dito su scelte personali, ignorando in modo deliberato il disagio e il dolore. E c’è questo io narrante fragilissimo che asseconda e dice sempre di sì, è remissivo quando invece vorrebbe uccidere chi ha di fronte. E alle domande “Ma tu hai figli?”, inevitabili perché nel nuovo romanzo si parla di una relazione madre-figli, risponde con il sorriso “No”, come se l’argomento non la riguardasse, non l’avesse mai nemmeno fiorata.

C’è tanto sangue. Troppo. Tanti battiti di cuoricini che echeggiano veloci e martellanti durante le ecografie e i tracciati – delle altre; subire un raschiamento ed essere messe nella stessa stanza con donne che hanno appena partorito: un calvario, in alcuni momenti, narrato ora di getto ora con un’inaudita profondità.

La tua storia è stata tenuta per un paio d’anni tutta dentro. Non hai raccontato nulla neanche in famiglia. Perché hai deciso di scrivere un libro su una vicenda così intima?

“Ho deciso di raccontare questa storia dopo che non  avevo parlato a nessuno né del desiderio di avere un figlio né dei tentativi che avevo fatto e che non erano andati a buon fine, né del percorso della procreazione medicalmente assistita, dei tentativi falliti e del tentativo che invece sembrava andato a buon fine ma poi così non è stato perché si è impiantato un embrione che si è triplicato provocando una gravidanza trigemellare, molto pericolosa, per cui ho dovuto subire delle operazioni. Non ho raccontato tutto questo perché sono cose che non si raccontano, sono cose di cui non si parla neanche tra amici. Non si parla di aborto, di procreazione medicalmente assistita, della variazione di quello che succede alla sessualità in una coppia quando il sesso smette di essere qualcosa di naturale e diventa qualcosa di medicalizzato, della violenza ostetrica in cui mi è capitato di incappare tantissime volte durante questo percorso. Ma anche la paura della maternità e lo scontro tra l’ambizione e la maternità per una donna.

Quando poi questa storia, purtroppo, è finita, uscita dall’ennesimo ospedale ho capito che in questi anni avevo comunque scritto già il romanzo nella testa. Mi capita proprio in quanto scrittrice di filtrare sempre la realtà attraverso la parola scritta e anche se quelle frasi non le scrivevo sul foglio, le scrivevo in testa continuamente. Allora mi sono resa conto che c’erano appunto tutte queste cose di cui non si parla mai, di cui non si dicono mai i nomi – come appunto l’aborto, la scelta del diritto all’aborto – e quindi ho pensato che l’unico modo per rendere universale una storia particolare –  la mia storia, incredibile anche dal punto di vista della sfortuna – era scriverla e non perché è importante che un libro sia autobiografico o meno ma perché soltanto quando leggi  qualcosa o scrivi qualcosa questo qualcosa esiste davvero anche al di fuori di te e della tua piccola esperienza personale. Io ho trovato tante volte conforto e salvezza nei libri e spero che qualcuno possa trovare conforto e salvezza in questo libro e sentirsi meno sbagliato e meno solo”.

Il tuo compagno ha mai provato a farti cambiare idea sull’opportunità di pubblicare Cose che non si raccontano?

“Il mio compagno fa il regista e lo sceneggiatore, capisce l’importanza dell’indipendenza della scrittura. Domenico Starnone dice che quando arriva uno scrittore in una famiglia in qualche modo arriva una maledizione. Io penso che per scrivere bisogna scrivere proprio quello che si ha in testa di dover scrivere. Non è poi stato così diverso decidere di scrivere questo romanzo rispetto agli altri che ho scritto e che non sono autobiografici, alcuni sono ispirati a storie realmente accadute: ho deciso di scriverli perché avevo soltanto quelle storie nella testa. Questa volta avevo solo questa storia e quindi ho dovuto dirlo al mio compagno perché c’è anche lui, gliel’ho fatta leggere ma non mi ha fatto mai cambiare nulla e mi ha lasciata libera di scrivere quello che volevo, aiutandomi a capire se ciò che stavo scrivendo fosse un romanzo o meno”.

Dopo quello che ti è accaduto, rivivere inevitabilmente quei momenti per la stesura del libro credo sia stato atroce. Non è stata un’ulteriore violenza?

“Sì, è stato atroce rivivere quei momenti scrivendo. Di solito quando scrivo mi capita di uscire dalla mia testa ed entrare nella testa di altri personaggi. Questa volta dovevo uscire dalla testa della me scrivente ed entrare nella testa della me che affrontava tutta quella storia. Quindi rivivere momenti brutti – quello che ho ritrovato nelle cartelle cliniche o nei messaggi delle poche amiche che sapevano – o momenti belli quando ero rimasta incinta ed ero convinta contro tutte le possibilità che questa storia sarebbe andata bene. È stato atroce ma è stato necessario, non potevo fare nient’altro, non volevo scrivere né un diario né un memoir, non volevo scrivere una storia triste o di buio ma una storia di desiderio, di speranza, di luce”.

Come sei riuscita a far fronte a mille difficoltà e sofferenze sul piano personale senza lasciare trapelare niente sul lavoro, continuando a promuovere il libro appena uscito che, tra l’altro, ha la maternità come filo conduttore?

“Per me questo è un romanzo sul desiderio, sulla vita, sull’importanza della scrittura, un romanzo sul modo in cui io mi approccio alla scrittura di un romanzo. È anche un romanzo sull’ambizione di essere scrittori o sull’ambizione in generale. Io non ho deciso di fare un figlio quando ero più giovane perché non c’è nessuno che ti aiuta a essere una donna ambiziosa e contemporaneamente a essere una madre. Ho dovuto posticipare il momento in cui ho iniziato a fare un figlio fino a che la natura non si è rivoltata contro. Sono riuscita a far fronte alle difficoltà e alle sofferenze senza far trapelare nulla sul lavoro perché questa è una mia linea di vita – cercare di separare il personale dal lavoro – e perché se avessi smesso di lavorare in quel momento mi sarei completamente persa. Se è vero che a causa della mia ambizione, a causa del mio amore per la scrittura ho deciso di fare un figlio troppo tardi è anche vero che l’unico raggio di luce in tutta questa storia era cercare di avere ancora un senso. A un certo punto, uscendo dall’ospedale c’era una libreria e in vetrina, al centro, ho visto il mio libro, Questo giorno che incombe: per me era come se fosse stato lì ad aspettarmi per dirmi che c’era ancora un senso.”

Se potessi tornare indietro, rifaresti tutto il percorso iniziato nel 2020?

“Non so dire se potessi tornare indietro che cosa farei.”

Per il desiderio di avere un figlio hai rischiato la sua vita. Hai pensato di adottarne uno?

“È importante anche parlare del percorso dell’adozione perché è un percorso accidentatissimo, pieno di difficoltà, con leggi – che ho studiato – molto complicate in Italia. Mi piacerebbe farlo ma mi preme anche denunciare l’estrema difficoltà di intraprenderlo per una persona che decide di adottare un figlio o una coppia non sposata che decide di adottarlo. Non è per niente facile né facilita questa voglia il tentativo di conciliarla con il lavoro, inteso non solo come ambizione ma anche come sostentamento.”

Hai avuto il coraggio di raccontare una storia che per alcuni versi è simile a quella di tante altre donne che hanno dovuto far ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Hai affrontato temi molto delicati, come l’aborto. Il libro è uscito da poco, quali sono stati i primi riscontri che hai avuto?

“I riscontri sono meravigliosi, mi scrivono tantissimi lettori e incontro tantissime persone che hanno letto il libro e che mi ringraziano per aver parlato delle cose che non si raccontano, per averle fatte sentire meno sole e non sono soltanto le donne ma anche gli uomini, i ragazzi. Aver parlato delle cose che non si raccontano fa sì che anche gli altri possano raccontare a me le loro cose che non si raccontano ed è come spezzare una diga, tutte le dighe in cui continuamente ci rinchiudiamo perché abbiamo paura di parlare con gli altri ma sono dolori che poi germinano dentro di noi. Quando mi dicono: “Grazie per la luce che c’è in questo romanzo, per avermi fatto sentire meno sbagliata, meno sola, per aver detto le parole che gli altri non dicono”, per me è un’esperienza bellissima.”

Antonella Lattanzi è nata a Bari nel 1979 e vive a Roma. È scrittrice e sceneggiatrice. Ha pubblicato i romanzi Devozione (Einaudi 2010 e 2023), Prima che tu mi tradisca (Einaudi 2013), Una storia nera (Mondadori 2017) e Questo giorno che incombe (HarperCollins Italia 2021), Cose che non si raccontano (Einaudi 2023). Per il cinema ha scritto, tra le altre, le sceneggiature di Fiore di Claudio Giovannesi, Il campione e Una storia nera (tratto dal suo romanzo omonimo) di Leonardo D’Agostini. Collabora con il «Corriere della Sera». È tradotta in diverse lingue.

Rossella Montemurro

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