venerdì, 19 Luglio 2024

Una poesia che ricordo ancora oggi, è sicuramente “Il sabato del villaggio”, è una poesia di Giacomo Leopardi che rispecchia la psicologia umana dell’attesa.

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati da una delle più nobili famiglie del paese, è ritenuto il maggior poeta dell’Ottocento italiano e una delle figure più importanti della letteratura mondiale.

Compose la poesia nel 1829 durante il suo ultimo periodo trascorso a Recanati.

Il componimento descrive la vita di un villaggio al sabato sera, mettendo in evidenza che il sabato è il giorno più gradito della settimana, perché la felicità risiede più nel tempo dell’attesa che nella giornata successiva, quando già si inizia a pensare agli impegni che ci inseguono e che dobbiamo compiere.

Potremmo dire che l’attesa è un tempo impreziosito dalla gioia e dalla sorpresa.

Avete mai riflettuto: la nostra vita è sempre più un avvicinamento a Dio!

L’incontro segnerà il compiersi dei sogni, dei desideri e delle attese.

Io sono sicuro che in ogni cuore umano si culla il desiderio di vedere, conoscere, sperimentare Dio.

Dio lo incontreremo, ne siamo certi.

Dobbiamo gustare, prima di possedere, giorni in compagnia di Gesù per condividere la gioia dell’abbraccio e l’emozione dello stare insieme.

Prima si cammina da soli per andare ad incontrare, una volta raggiunta la meta si cammini abbracciati.

Un carissimo amico Sacerdote mi dice sempre “Prego Dio di darmi la forza di potergli fare delle vere domande”.

Oscar Wilde diceva che “a dare risposte sono capaci tutti; per fare le vere domande ci vuole un genio”.

Nel groviglio misterioso del male e del dolore dobbiamo rivolgerci a Dio non con interrogativi che già suppongono le nostre risposte, ma dobbiamo comportaci come Giobbe, cioè capaci di provocarlo con vere domande fino al punto di costringerlo a farsi vedere e sentire.

Uno scrittore inglese affermava: “Spesso diciamo che Dio non ci risponde. In realtà è che noi non ascoltiamo le sue risposte, già convinti delle nostre.”

Nicola Incampo

Responsabile della CEB per l’IRC e per la pastorale scolastica

Il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,

In sul calar del sole,

Col suo fascio dell’erba; e reca in mano

Un mazzolin di rose e di viole,

Onde, siccome suole,

Ornare ella si appresta

Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella,

Incontro là dove si perde il giorno;

E novellando vien del suo buon tempo,

Quando ai dì della festa ella si ornava,

Ed ancor sana e snella

Solea danzar la sera intra di quei

Ch’ebbe compagni dell’età più bella

Già tutta l’aria imbruna,

Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

Giù da’ colli e da’ tetti,

Al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore:

E intanto riede alla sua parca mensa,

Fischiando, il zappatore,

E seco pensa al dì del suo riposo

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

E tutto l’altro tace,

Odi il martel picchiare, odi la sega

Del legnaiuol, che veglia

Nella chiusa bottega alla lucerna,

E s’affretta, e s’adopra

Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia:

Diman tristezza e noia

Recheran l’ore, ed al travaglio usato

Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

Cotesta età fiorita

È come un giorno d’allegrezza pieno,

Giorno chiaro, sereno,

Che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio; stato soave,

Stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vo’; ma la tua festa

Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

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