lunedì, 22 Luglio 2024

“Ecco. Questo è tutto quello che abbiamo. La concentrazione degli affetti in microscopici spazi. Forse perché l’affetto da comprimere non è granché, o perché in mancanza di alternative lo potiamo senza garbo ogni volta che manifesta l’urgenza di crescere. È un amore da piccoli coltivatori. Un minuscolo orto urbano di sesso e sentimenti bonsai.

Con la ristrettezza però ho familiarità. Questo c’è, e me lo faccio bastare”.

Rosita studia Medicina a Padova, è originaria di un paesino campano nel quale non avrebbe avuto prospettive e sarebbe rimasta ostaggio di una madre soffocante. Per mantenersi agli studi e pagare l’affitto, lavora in uno squallido supermercato con uno stipendio che non le permette di far fronte alle emergenze. Con “i soldi contati al centesimo per sopravvivere”, quei 150 euro extra – un quarto della retribuzione – che chiede il proprietario per riparare la caldaia rotta diventano un problema.

Un portafoglio trovato per caso poco prima di Natale, la restituzione e l’incontro con un avvocato anziano che le chiede di diventare la sua segretaria: la vita di Rosita cambia, la ragazza sembra avere nuove prospettive, anche la situazione universitaria, dopo sette anni in stand by, si sblocca. È solo che l’avvocato, un luminare che sta andando in pensione, fa discorsi strani, è come se avesse un conto in sospeso con le donne – ne parla sempre male. Riesce a mettere a disagio Rosita, a imbarazzarla, è come se le leggesse dentro. Lei è vulnerabile, in quello studio ha acquistato un po’ di fiducia ma non ha ancora quella giusta dose di malizia affinché i discorsi dell’avvocato siano impermeabili. Invece, rimane colpita, avvilita: perché l’anziano, in effetti, le persone le manipola. È nel passato – insospettabile – dell’uomo che si nasconde la spiegazione a tanto livore e Rosita diventerà sua complice nel ricucire brandelli di vita…

L’animale femmina (Einaudi) di Emanuela Canepa è una storia introspettiva e malinconica, narrata con un’eleganza inconsueta.

Lo scorso anno ha vinto il Premio Calvino all’unanimità: «Un lavoro compiuto e maturo, di esemplare nitidezza, – si legge nelle motivazioni –  in cui una giovane donna si libera a poco a poco dalle strumentalizzazioni ambiguamente sessuali di un anziano avvocato. Una storia di liberazione femminile dallo sguardo maschile».

Il lettore assiste alla metamorfosi di Rosita che, con una quotidianità mediocre e da amante di un uomo sposato, compie un percorso non semplice ma liberatorio.

 “Non ho mai avuto niente da lui, se è per questo. A parte qualche occasionale momento di compagnia. Forse anche bello. Ma non abbastanza per farmi delle illusioni.

Mi domando se Maurizio riesca a sentire quello che diciamo. Provo un’amarezza infinita per questa scena così meschina, perché fra noi segna un confine da cui non si ritorna. Lui che mi abbandona in balia di sua moglie, come se quello che è successo fosse solo colpa mia. Baratta la sua unica speranza di salvezza con la mia testa sul ceppo. La nostra storia che muore stasera mi affligge, ma mi fanno molta più tristezza loro che magari hanno perfino un futuro.

L’idea che il possesso sia una cosa da affermare con la forza, come tra gli oranghi, è già uno spettacolo penoso. Che poi lui se ne resti a guardare senza intervenire, dopo avere vuotato il sacco, mi dice che questo teatrino con ogni probabilità è un copione fisso del loro matrimonio, recitato chissà quante volte, forse con un certo successo, perché sono ancora insieme e quindi in fondo il cerimoniale funziona, riesce a tenerli legati. Insoddisfatti, amareggiati, ma insieme. Una catarsi al contrario. Li seppellisce invece di liberarli”.

Lo stile della Canepa – romana, classe ‘67 vive a Padova, dove lavora come bibliotecaria – è ricercato, la trama intensa: L’animale femmina è un bellissimo esordio nel quale prevalgono le sfumature e le contraddizioni della psiche.
Rossella Montemurro

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