venerdì, 31 Maggio 2024

Oggi vorrei proporvi un soliloquio che lo scrittore francese Charles Péguy mette in bocca a Dio.

Charles Péguy di modeste origini, sua madre era impagliatrice di sedie, mentre suo padre era morto pochi mesi dopo la sua nascita.

Fu notato dal direttore dell’École Normale d’Orléans, che lo fece entrare al Liceo di Orléans dove ottenne una borsa di studio che gli consentì di diplomarsi brillantemente.

Nacque il 7 gennaio 1873 a Orleans, in Francia, morì il 5 settembre 1914 a 41 anni.

Nel 1897 Péguy riesce a pubblicare “Giovanna D’Arco”, ma viene completamente ignorato da pubblico e critica.

Il testo vende appena una copia. Tuttavia in esso è condensato tutto il pensiero del Péguy di quegli anni, impegnato e impregnato di socialismo, concepito però in vista di un desiderio e di una volontà tutta rivolta verso una salvezza radicale, in cui ci sia posto per tutti.

La stessa Giovanna D’Arco che descrive nella sua opera è paradigmatica: in lei, il bisogno di una salvezza assoluta che il giovane autore cerca e pretende dalla propria fede politica.

Tuttavia, la sua intransigenza e il suo carattere appassionato, lo resero sospetto sia agli occhi della Chiesa di cui egli attaccava l’autoritarismo, sia ai socialisti di cui denunciava l’anticlericalismo e in seguito il pacifismo.

Questi sospetti saranno rafforzati da certi atteggiamenti del figlio, custode della sua memoria, che, dopo la sua morte, darà una lettura conservatrice dell’opera del padre.

Nel 1907 Charles Péguy si converte al cattolicesimo.

E così ritorna sul dramma su Giovanna d’Arco, cominciando una febbrile riscrittura, la quale dà vita ad un vero e proprio “mistero”, come viene scritto nei “Cahiers” del 1909, e questo nonostante il silenzio del pubblico il quale, dopo un breve e iniziale interesse, sembra non gradire più di tanto l’opera dell’autore.

Nel dicembre del 1913, ormai scrittore cattolico, scrive un poema enorme, che sconcerta pubblico e critica. Si intitola “Eve”, ed è composto da 7.644 versi. Quasi contemporaneamente uno dei suoi saggi più polemici e brillanti vede la luce: “Il denaro”.

Il brano che vi propongo è tratto da “Mistero dei Santi Innocenti”.

«Gli uomini preparavano tali mostruosità che io stesso, Dio, ne fui spaventato. Non ne potevo quasi sopportare l’idea. Ho dovuto perdere la pazienza, eppure io sono paziente perché eterno. Ma non ho potuto trattenermi. Era più forte di me. Io ho anche un volto di collera».

In questo periodo di pandemia, la quarta ondata, il flusso delle violenze e delle ingiustizie continua a scorrere per le strade, a coprire le pagine dei giornali, a scivolare lentamente nelle scuole col bullismo, a varcare le soglie delle chiese con le persecuzioni religiose, a insinuarsi nelle famiglie e a inquinare le anime.

La violenza come prassi pervade la storia.

Alla giustizia “occhio per occhio, dente per dente” si oppone la ritorsione senza limiti, che mai come oggi è alla base del comportamento di alcuni individui.

Il mostro della violenza sonnecchia dentro di noi.

Vorrei concludere questa riflessione con le parole di Brecht: “Imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare …. il grembo da cui nacque è ancora profondo!”.

Nicola Incampo

Responsabile della CEB per l’IRC e per la pastorale scolastica

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