“Tutti erano dei ricettacoli di segreti infetti. Gli dei dell’Occidente avevano peccati troppo umani da nascondere, i grandi d’Italia stipavano nei loro armadi piccoli scheletri, ossari di ratti.

Per un certo periodo avevo corteggiato calciatori e uomini di spettacolo, volevo essere uno di loro. Poi ho capito che non valevano molto, che prendevano in giro la gente. Allora ho deciso di aggiornare la figura di Robin Hood: rubare ai ricchi, per dare a me stesso. In loro non vedevo più persone, ma cumuli di soldi ambulanti. Robin Bad. Entrare nel sistema dalla porta principale, moltiplicarmi come un virus, farlo marcire dall’interno. Dopotutto, mio padre aveva combattuto Berlusconi e ne era uscito a pezzi.

Ho fatto calare su Milano le tenebre. Nei primi anni del millennio ho cominciato a vagare per la città tutta la notte sul sedile posteriore della mia Bentley, un Americano sempre nella sinistra, nella destra il cellulare. I miei paparazzi presidiavano le strade in penombra, i locali affollati, gli ingressi di hotel e case private. Una puzza di amante, un sentore di scappatella, e già pregustavo il bonifico da qualche decina di migliaia di euro per il servizio che avrei venduto”.

Vertiginoso, funambolico, border line. Discutibile, certo, ma probabilmente sincero: sono solo alcuni degli aggettivi in grado di definire Come ho inventato l’Italia (La Nave di Teseo), firmato da uno dei personaggi più chiacchierati degli ultimi anni. Lui, Fabrizio Corona, si ama o si odia. Eppure, leggendo queste pagine, in certi passaggi traspare tutta la sua genialità.

Ci sono nomi e cognomi, situazioni scomode e/o imbarazzanti, illegalità diffusa, sesso e poi, appunto, quella che è la dipendenza più forte di Corona: i soldi, tanti, tantissimi – lui arriva a portare addosso decine di migliaia di euro.

Posa per il primo servizio fotografico a nove anni e risponde alla prima telefonata di Silvio Berlusconi da adolescente. Frequenta la gioventù dorata milanese, ama le donne più belle e anima le folli discoteche post Tangentopoli. Poi, quando vede il padre, giornalista (aveva lasciato Catania quando la Sicilia era sotto scacco, regnavano i boss Bontate e Badalamenti e, dopo aver denunciato infiltrazioni del clan Santapaola nell’informazione isolana, è diventato uno dei direttori simbolo della Milano da bere e della moda anni Ottanta), emarginato dal mondo di luci che pure aveva contribuito ad accendere, Fabrizio decide di combattere contro il Potere una guerriglia a colpi di macchina fotografica. È andato a letto con le donne più belle e desiderate, ha sposato Nina Moric ed è stato il compagno di Belén. Ha “comandato” un esercito di paparazzi che sorvegliava la vita privata di attori, vallette, calciatori, politici, conduttrici, imprenditori.

“So bene che con la fama vendi la tua intimità al diavolo, cioè al Dio di questo mondo, cioè a me. Non ci sarà più niente di privato, per te che hai voluto essere famoso, finchè riuscirai a esserlo. Io ho inventato la spettacolarizzazione della sofferenza. Come cavia ho usato me stesso. Perchè io, nella mia follia divina, sono vero”.

Lui si reputa Dio – una folle certezza di cui va fiero –, sempre in bilico tra legalità e illegalità, è riuscito a trattare con il Potere da pari a pari e questo è stato il suo errore più grande. C’è una sola parola che proprio non esiste nel suo vocabolario: vergogna.

Leggere Come ho inventato l’Italia significa assistere a un reality, carpire retroscena ora viscidi ora imbarazzanti di starlette, aspiranti tali e il relativo entourage.

Fabrizio Corona si mette in gioco, si racconta, descrive i periodi trascorsi in carcere e, fedele alla sua indole, non risparmia proprio nulla dei suoi primi movimentatissimi 46 anni.

L’autore, nato da una famiglia di giornalisti, è stato condannato a 13 anni e 2 mesi di reclusione in seguito all’indagine-scandalo Vallettopoli per estorsioni ai danni di diversi personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport. Dal 18 giugno 2015 è affidato in prova ai servizi sociali. Ha pubblicato Mea culpa (2014), La cattiva strada (2016) e Non mi avete fatto niente (2019).

Rossella Montemurro

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