mercoledì, 24 Luglio 2024

Chi ha insegnato religione Cattolica per circa quarant’anni, come me, sicuramente avrà ricevuto la domanda “Professore, ma che cos’è il peccato e il pentimento”?

Quando ricevevo questa domanda fotocopiavo e davo ai miei alunni una meditazione sul peccato tratta dalla “Guida dei perplessi” opera di Mosè Maimonide.

Mosè Maimonide, filosofo, medico e giurista ebreo, scrisse “La guida dei perplessi” verso il 1180-1190.

Il testo non è solo un’opera significativa della filosofia ebraica, ma anche uno dei più importanti testi dell’esegesi biblica medievale.

L’opera nasce da un tentativo di interpretazione della tradizione religiosa, così come si trova nella Bibbia e nel Talmud, in chiave filosofica, nello sforzo di conciliare l’ebraismo con Aristotele, la fede con la ragione.

La meditazione che vi propongo è la seguente: “Pentirsi significa rinunziare al peccato, rigettarlo dal proprio spirito e decidersi di non peccare più.

Bisogna confessare con le labbra e dare un’espressione ai pensieri che hanno generato questa discriminazione.

Il dolore comporta un sentimento di vergogna e a colui che commette una trasgressione e ne concepisce poi vergogna tutti i peccati sono perdonati.

In verità, Dio non domanda nient’altro all’uomo che di proclamare davanti a Lui: “Ho peccato”.

Il giudizio che egli ha cagliato su Gerusalemme è derivato dal fatto che essa ha detto: “Non ho peccato”.

Ma quando l’uomo dice “Ho peccato”, nessun angelo di distruzione lo può toccare …

Così, la confessione è una caratteristica essenziale del pentimento, precedi i diversi modi di purificazione e, contemporaneamente, esprime la determinazione dell’uomo di rigettare il suo peccato”.

Avete notato quante considerazione ci offre questa meditazione?

Pentirsi è operare una scelta efficace che inverta la rotta della vita.

Non solo, ma pentirsi comporta anche la vergogna per il vizio.

Convertirsi invece è un’esplicita dichiarazione delle labbra, una testimonianza profetica.

Ma fondamentale per il perdono è la sincerità nel confessare il proprio peccato.

Avete mai riflettuto che Gesù non ha mai sopportato l’ipocrisia simboleggiato nel sepolcro imbiancato “Bello da vedersi all’esterno, ma dentro pieno di ossa di morti e di putridume”. (Cfr. Matteo 27, 23).

E nella prima Lettera di Giovanni leggiamo queste parole: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.” (Prima Lettera Giovanni 1, 8-10)

Nicola Incampo

Responsabile della Conferenza Episcopale di Basilicata per l’IRC e per la Pastorale Scolastica

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