“Re Pulce e il mistero di Ramuth” è l’ultima opera dello scrittore Neil Mongillo, illustrata sapientemente da Emmanuelle Mongillo e Angela Croce, e pubblicata, nel corso del mese di luglio, a cura della casa editrice Planet Book.

Una favola dissacrante, in cui il protagonista-eroe, un sovrano irriverente e caustico nei riguardi di tutto quanto si possa ritenere sacro e inviolabile, attraverso innumerevoli vicissitudini, nelle quali trapela, in tutta la sua forza, sino a quanto la viltà tragga nutrimento dalla superbia, è costretto, per avere la meglio sulla sorte, a ripercorrere e confrontarsi con il suo passato, con tutto quanto gl’era accaduto di vivere, e che infine l’aveva reso quel che è.

La vicenda del despota del regno di Piripù è resa mediante una modalità di scrittura beffarda, a tratti sinceramente esilarante; ma ciononostante, nel ripercorrere le disavventure dell’inconsueto sovrano, per quanto lo scrittore continui a ricercare il motto di spirito, che sovente sfocia in aperto sarcasmo, lentamente s’affaccia una riflessione sottile e acuta sui valori che rendono l’uomo degno d’essere un re, degno d’essere chiamato uomo.

E la riflessione si fa decisamente più significativa nel finale, nel momento in cui il sovrano, ritrovatosi, comincia per la prima volta a scorgere qual è il reale senso della vita d’ognuno, riconciliandosi in tal maniera con la sua vera natura.

Di certo, non mancano i personaggi fantastici: dal conte Romualdo al mostro del lago, dalla strega sbadata ai feroci mastini custodi dei segreti della foresta incantata; tutti naturalmente funzionali alla ricerca, alla ricerca del sovrano del tempo andato, della purezza che, a tratti, pare potersi ritrovare soltanto nei fanciulli, ma che, in verità, ognuno continua a serbare in sé, come una preziosa reliquia.

Notevole, poi, nell’assieme il tessuto illustrativo creato per l’opera da Emmanuella Mongillo e Angela Croce. Una sequela d’immagini che accompagnano il lettore nel racconto, consentendogli d’immergersi nell’indefinibile magia della favola.

Nel ripercorrere le pagine dell’opera “Re Pulce e il mistero di Ramuth”, pare tornino le parole da Milan Kundera, quand’è che egli scrisse: “I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso”.

LA TRAMA

Un Re, dispotico, piuttosto villano e alquanto infimo, per sfuggire all’ira del conte Romualdo, a cui è debitore di cento monete d’oro, intraprende un lungo viaggio, col solo intento di trafugare il denaro perduto nella foresta incantata e risarcire il maltolto.

Lungo il tragitto si imbatte in una fontana parlante che gli rivela la presenza di tre tesori: la pozione dei mille sogni, bevuto un sorso della quale, al primo sonno, parrà vero quanto da sempre si è desiderato; la tunica del tempo, che conduce colui che l’indossa nel suo passato; il segreto di Ramuth, misterioso più d’ogni altri.

I tesori sono custoditi in altrettante querce, protetti da tre mastini di inaudita ferocia, ognuno dei quali, però, placabile con altrettanti sotterfugi.

La viltà del Re non tarda a manifestarsi all’incombere dei primi due mastini, ciononostante, dopo innumerevoli peripezie, la sorte arride al sovrano, tant’è che gli è consentito d’impadronirsi degli inestimabili beni serbati nelle querce e di sperimentarne le virtù.

Il viaggio, e le innumerevoli vicissitudini affrontate dal Re, presto cominciano a mutarne la natura, rammentandogli quel che egli era da fanciullo, rivelandogli quell’incontaminata purezza, tale da renderlo degno d’incontrare l’ultimo mastino, e il segreto da egli custodito.

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