sabato, 25 Maggio 2024

“Oggi è in calendar una call per settare asap il team sugli step da seguire.”

Diciamo la verità: questa frase un po’ fa rabbrividire. Troppe parole in inglese per veicolare un messaggio che per la maggior parte delle persone è decisamente criptico.

“Evidentemente, in questa frase manca il pondus, la misura, l’armonia di cui è capace la lingua italiana. – spiega la professoressa Mariangela De Luca in La lingua parla (di te). Perché parlare e scrivere bene ti aiuta a vivere meglio (Sperling & Kupfer) – Come uscire dunque dal vicolo cieco di una lingua forgiata da automatismi ed esotismi? Prendendo esempio dal passato, ragionando sulla ciclicità degli eventi e della loro portata, potremmo scegliere di abbracciare il proposito manzoniano di un “parlare finito”, inteso come un parlare capace di eliminare ogni forma lessicale dissonante o percepita come estranea o pretenziosa dal nostro interlocutore”.

La De Luca, laureata in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, è insegnante di Italiano, divulgatrice culturale e autrice, accompagna con questo testo i lettori in un suggestivo viaggio alla scoperta dei segreti – in realtà concetti con i quali tutti dovremmo avere familiarità – della lingua italiana. E lo fa con uno stile semplice e diretto, con esempi chiari, spiegazioni accattivanti che denotano un amore sconfinato per l’Italiano e la capacità innata di esporre in maniera brillante. Le differenza tra il parlato e lo scritto, le figure retoriche, la cinesica, le storpiature, i neologismi: le parole hanno infinite potenzialità, possono essere ponti ma diventare pietre. Le parole che scegliamo per comunicare non testimoniano semplicemente dello stato attuale dell’italiano, ma dicono molto di chi siamo. Il linguaggio, come scrive De Luca, è infatti «un transito continuo tra noi e il mondo, uno sdoppiamento tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra chi siamo e chi siamo stati». E «se diventiamo padroni delle nostre parole, saremo automaticamente padroni di noi stessi; ci mostreremo più sicuri, più sereni, più carismatici».

Leggendo La lingua parla (di te) si intuisce tutta la sua passione per l’Italiano. A differenza della maggior parte dei suoi coetanei che predilige frasi fatte, periodi brevi ed è spesso indifferente alla grammatica, la sua padronanza della materia la rende una figura di primo piano. Come è nato l’amore per l’Italiano?

“Si potrebbe dire che l’amore per la lingua italiana sia nato con me; ricordo che ho sempre provato – sin dalla fanciullezza – un vero e proprio trasporto per le parole e il testo scritto. Da che io ne abbia memoria, trascorrevo le ore a sfogliare libri e ad annusarne il profumo: ogni mio ricordo d’infanzia è collegato inspiegabilmente a un libro e alle librerie casalinghe nelle quali sono cresciuta, curiosando senza tregua.”

Come si può contrastare la precarietà che ha ormai assunto l’Italiano, sempre più sminuito e trascurato soprattutto dai più giovani, assuefatti dall’uso dei social che tendono a soprassedere su molte regole?

“I molti temi dei miei alunni rivelano un fenomeno nuovo, inedito alle passate ere: la trasposizione su carta dei meccanismi tipici della messaggistica istantanea. Citando il mio libro, le frasi sono in “perenne anacoluto” e ci si ritrova a decriptare periodi oscuri, talvolta privi di soggetti o verbi portanti. Lo stampatello – ora grafia predominante nelle aule di tutta Italia – non fa che rendere singhiozzante il pensiero, inficiando notevolmente sulla struttura della frase e sulla sua formulazione: le parole appaiono slegate e frammentarie. In un mondo velocissimo, dobbiamo tornare lentamente alle origini: riscoprire che siamo fatti di astrazione; riassaporare i tempi morti, dai quali nascono le idee più luminose.”

Può svelare uno dei segreti per parlare e scrivere bene?

“Per scrivere è necessario leggere, per parlare è necessario leggere. La risposta risiede sempre nella lettura: nulla di nuovo sotto al sole, dunque. Il consiglio che posso dare ai giovanissimi è quello di concedere una possibilità alla lettura, partendo da un testo che possa essere di loro interesse. In fondo leggiamo in continuazione, persino quando inviamo un messaggio su whatsapp: è il nostro sistema di decodifica del mondo.”

Qual è l’errore che più la infastidisce?

“L’errore che catalizza più di ogni altro la mia attenzione è il “piuttosto che”, probabilmente perché vivo a Milano: qui è molto diffuso, ne sento pronunciare impropriamente almeno una cinquantina al giorno. Sulla stessa scia, ricordo l’uso improprio della locuzione “essendo che” – di matrice antichissima – ora utilizzata come un banale e ridondante riempitivo.”

Qual è la sua opinione sulla schwa, la desinenza finale neutra che dovrebbe rendere la lingua più inclusiva?

“È necessario parlare alle coscienze, tessere nuove trame; rimodulare la narrazione del sé e dell’altro. L’italiano è una lingua binaria, in cui il genere neutro – notoriamente il genere delle cose, dal latino neuter “né l’uno, né l’altro” – non esiste. Lo schwa – creazione posticcia nata in seno alla lingua scritta –  rivela tutta la sua disfunzionalità in un’eventuale trasposizione nella lingua parlata. Tale suono non esiste nella nostra lingua, e per tale ragione finiremmo, paradossalmente, per non pronunciarlo. Il riconoscimento della diversità e la sua valorizzazione sono concetti molto lontani dal vacuum vocale o dall’afasia che questi simboli possono generare.”

Secondo lei, qual è il più bel romanzo scritto negli ultimi anni?

Potrei annoverare la quadrilogia de “L’amica geniale” di Elena Ferrante o “Una vita come tante” di Hanya Haginara; tuttavia, a vincere il primo posto è per me “Il museo dell’innocenza” di Orhan Pamuk, dato alle stampe nel 2014. Riporto di seguito una breve recensione, scritta per questo libro qualche tempo fa e che potrete reperire sulla mia pagina Ig (@larossa.pinta):  Istanbul negli anni ‘70, ricordi d’amore come cimeli. Un biglietto del tram, un mozzicone di sigaretta imperlato di rossetto, l’astuccio di caramelle rigirato tra le mani durante una lite furiosa.

Ogni oggetto viene catalogato dalla mente del protagonista, disegnando una mappa di tempi asincroni: passato e futuro si intrecciano nella ricostruzione perpetua e sacra del ricordo amoroso.


Sarà difficile per il lettore dimenticare la storia d’amore di Kemal e Füsun.

Sarà altrettanto difficile non visitare l’omonimo “Museo dell’innocenza” di Istanbul: ottantatré piccole teche in legno pronte a farvi rivivere la poesia di ogni capitolo, attraverso la realizzazione di una vera e propria tassonomia del ricordo: oggetti rivelati nella polvere della propria malinconia, esposti con orgoglio per ammaliare e sedurre ancora. Pamuk porta in scena la memoria oggettuale, così potente perché insondabile, eterna e soggettiva.  Un libro il cui ricordo diventa luogo di culto a cui consacrarsi senza remore, con l’immenso coraggio che l’amore richiede.”

Quale tipologia di pubblico le piacerebbe che leggesse La lingua parla (di te)?

“Il linguaggio riguarda tutti, indipendentemente dall’età anagrafica. Mi piacerebbe che questo libro abbracciasse trasversalmente un ampio pubblico – composto da studenti e persone adulte – in grado di provare meraviglia e stupore dinanzi alla sconvolgente bellezza della nostra lingua.”

Mariangela De Luca, laureata in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, è insegnante di Italiano, divulgatrice culturale e autrice. Fino a giugno 2021 ha curato una rubrica sulle parole perdute per il programma La Banda dei fuoriClasse di Rai Gulp. Nel 2021 ha pubblicato Galeotto fu ’l libro.

Rossella Montemurro

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