sabato, 15 Giugno 2024

È stato uno degli eventi sold out al Salone del Libro, con una platea di soli ventenni a dispetto di una trama che in teoria, forse, dovrebbe coinvolgere genitori ultraquarantenni: Tutti vivi (Mondadori) di Valerio Millefoglie è stato presentato ieri sera a Matera nel giardino del TAM, trascinando inevitabilmente il pubblico in una storia complessa narrata con estrema delicatezza.

Il romanzo-reportage inizia da un fatto di cronaca, terribile: nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 2022 Elisa Bricchi, Domenico Di Canio, Costantino Merli e William Pagani, quattro amici tra i venti e ventitré anni, si ribaltano con l’auto nel fiume Trebbia, nel Piacentino, e muoiono annegati.

I ragazzi fanno parte di un collettivo di musica rap e trap. Quando i genitori trovano le canzoni nel computer di William, il produttore musicale, decidono di prendere in eredità la musica dei figli ma anche la loro amicizia e, nel caso di Costantino ed Elisa, il loro amore. Fondano un’etichetta discografica, pubblicano tre album, organizzano concerti per farli ascoltare e mettere in circolo le loro voci.

La musica è il filo conduttore che permette a Millefoglie di conoscere, indirettamente, questi ragazzi. L’analisi dei testi, dei video e le interviste ai genitori, realizzate grazie a un rapporto fortemente empatico che l’autore riesce a intrecciare con loro, consente di dar nuova vita, nelle pagine, ai ragazzi. La sua è stata una full immersion – ha visitato i luoghi cardine che contraddistinguevano le loro giornate, è entrato nelle loro case, ha parlato a lungo con i loro cari – e ne è venuto fuori un ritratto autentico della quotidianità fino a quel tragico spartiacque, l’incidente. Com’erano, cosa facevano, il rapporto con i genitori e, parallelamente, come si affronta un lutto – per aver perso un figlio, un fidanzato, un amico.

Nella città dei Sassi, accanto all’Autore, anche l’antropologa Elena Dellù in un dialogo attorno ai suoni, ai reperti, a ciò che rimane di noi dopo di noi.

Tutti vivi è un libro emotivamente molto forte. Tu sei andato sul posto, hai ascoltato i familiari dei ragazzi quindi sei stato coinvolto anche tu emotivamente. Come è andata?

“Il coinvolgimento, non so se emotivo, però anche fisico, era necessario. Ho chiesto tanto a tutti loro, alle famiglie. Ho chiesto che ciò che è avvenuto quella notte in qualche modo continuasse a essere presente perché richiedeva del ricordo. Il mio arrivare a Piacenza era sempre un ritornare alla storia, anche se nel libro parto dal fatto di cronaca, dall’incidente: era un andare indietro nel tempo, ricomporre le loro vite, le loro storie e soprattutto la loro scrittura, le loro voci, la loro musica. Il mio è stato un doveroso coinvolgimento perché dovevo mettermi per forza, necessariamente, in voce, visto che chiedevo tanto a loro.

All’inizio, l’idea era quella di seguire questa storia per un anno.  Il motore è nella musica che viene ritrovata nel computer e che i genitori prendono in eredità facendo uscire il disco. Trascorso un anno, ero talmente dentro che ho continuato a tornare a Piacenza una volta al mese, per un altro anno ancora. Mi interessava anche raccontare perché questa storia mi avesse preso così tanto, perché fossi spinto magneticamente verso essa. Cosa c’era di me, perché tornavo a quella storia? Nel libro c’è questo racconto.”

C’è stato qualche familiare dei ragazzi che ha avuto qualche resistenza a raccontarsi?

“All’inizio ero andato lì per fare un reportage per il Venerdì di Repubblica. La notizia non era nell’incidente di quattro ventenni ma nella singolarità delle voci di queste canzoni trovate dai genitori che decidono di fondare addirittura un’etichetta discografica. C’era una parte di loro che voleva far arrivare la notizia, quasi come dire: “I miei figli non ci sono riusciti perché non hanno avuto tempo e adesso noi li facciamo diventare famosi”. E c’erano altri genitori che dicevano: “Ma questo sconosciuto cosa vuole da noi?”.

Il primissimo giorno in cui sono andato lì per incontrare una delle quattro famiglie, mi è stato riferito proprio questo. Prima che incontrassi la mamma di Elisa il padre mi ha detto: “Non è la giornata giusta”. Come dire: “Non fare domande sull’incidente”. Allora ho raccontato perché a me quelle canzoni piacevano, ho chiesto di raccontarmi i loro figli nella scrittura, nella vita e non nella morte. Dopo si è creato un legame. Ho fatto un viaggio con la famiglia, originaria di Ginosa, Domenico: da Piacenza da Borgonovo Val Tidone a Ginosa, di notte. Lo racconto in uno degli ultimi capitoli.”

Il libro è uscito a gennaio. Quali sono i riscontri che hai avuto fino a oggi?

“Al Salone del Libro mi ha colpito la platea di ventenni. Mi dicevo: “Forse questo qui è un libro che parla più alle madri e ai padri”, e invece mi sono ricreduto. Sto coinvolgendo spesso dei rapper, creo delle connessioni e mi sta capitando anche di incontrare genitori con situazioni simili. Ho conosciuto una donna che ha perso un figlio in un incidente, il ragazzo scriveva musica con il fratello gemello che è rimasto in vita”.

Attualmente Valerio Millefoglie sta lavorando alla serie podcast “Sei Città”, promossa da BPER Banca e Fondazione Gruppo Abele e realizzata in collaborazione con Storielibere. La serie è una delle numerose attività che compongono Present4Future, il progetto di inclusione sociale dedicato a ragazzi e ragazze, italiani e stranieri, tra i 14 e i 24 anni. Ideato e realizzato da BPER insieme alla Fondazione Gruppo Abele, il programma intende sostenere la crescita di adolescenti e giovani di quartieri svantaggiati di sei città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova), accompagnandoli ad agire nel presente e costruire un futuro migliore.

Rossella Montemurro

Pubblicità

Pubblicità
Copy link
Powered by Social Snap