sabato, 20 Luglio 2024

Riceviamo e pubblichiamo dal giornalista e scrittore Neil Mongillo:

“Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce.” Se per luce s’intende il desiderio, la necessità di schiarire i contorni d’una rappresentazione, per calarvisi dentro e scorgervi, in una sorta d’acuta riflessione, le ragioni della raffigurazione; ebbene, se così fosse, l’asserzione di Jean Cocteau, potrebbe addursi a sintesi dell’opera saggistica “Parola ai film”, redatta da Bartolo Ayroldi Sagarriga e Umberto Curi, pubblicata nel corso del mese maggio dalla Mimesis Edizioni.

Peculiare la modalità di distribuzione dei contenuti, ovvero la narrazione di ventitré film, distribuiti per otto capitoli a soggetti tematici, un’aggregazione tesa a riproporre argomenti che, più d’altri, rendono la dimensione emotiva dell’uomo, a stretto contatto con la tangibilità del reale.

E dentro lo schema, dentro la parola che circoscrive il parametro d’azione, ecco il resoconto del film, una modalità descrittiva asciutta, proposta dal regista Bartolo Ayroldi Sagarriga, sintetica, focalizzata a lasciar riemergere il dettaglio, non tralasciando d’evidenziare il palcoscenico su cui si sviluppa l’intera vicenda rappresentata.

Una sequela di fotogrammi riemergono dalle parole, si condensano sino a tramutare la descrizione narrativa in un’onirica proiezione d’immagini, conducendo il lettore non solo nella trama della pellicola rievocata, ma dentro la stessa riproduzione ed illusione filmica; per giungere, infine, nelle viscere che hanno originato o sono motivazione dell’intera narrazione cinematografica, attraverso una riflessione filosofica, resa da Umberto Curi, professore emerito di Storia della filosofia all’Università degli Studi di Padova, che ripercorrendo l’intreccio descrittivo dell’opera narrata dal Sagarriga, lascia che riemerga una visione della storia che, travalicando l’estetica della raffigurazione, compenetra le dinamiche interiori e sfuggenti che, difatti, sono i fulcri d’origine della creazione artistica.

È così che, lo stesso autore, rimuginando sulle trame d’una pellicola di Pier Paolo Pasolini, riscontra una forte connessione del film con la poesia, ed è allora che afferma: “…è qualcosa che in quanto viene prodotta è anche offerta nella sua autonomia non solo alla fruizione, ma anche alla interpretazione di chi si riconduce e si riferisce al prodotto del processo di produzione.” Ponendo, in tal maniera, l’accento sui concetti d’autonomia e interpretazione, mai dissociati da un’oggettività di fondo, sostanziata, che dà luogo alla riflessione.

Cosicché, si rivela presto una stretta connessione tra contenuti ritratti, visioni accademiche, focalizzazioni peculiari e assai profonde, che presto divengono considerazioni sulle tematiche che rendendo la rappresentazione cinematografica, rappresentazione della dimensione e natura umana, illusione di quel che potrebbe essere, in costante equilibrio tra virtù e dannazione, per proporre, infine, allo spettatore lo spettacolo di quel che è e che potrebbe essere o non è mai stato.

In certo qual modo, ritorna quanto rivelato da Stanley Kubrik, ovvero: “Fare cinema non è fotografare la realtà, ma fotografare la fotografia della realtà.” E in questa realtà, in questa dimensione rientra la visione d’un arte che è assai prossima alla vita.

L’opera saggistica “Parola ai film” è compendio, d’un lato, omaggio, dall’altro, a questa dimensione; una sorta di rifletto, che getta luce, attraverso l’inchiostro, e tramuta in riflessioni e immagini “il fotografare la fotografia della realtà”; e in questa raffigurazione ritratta, gli autori Sagarriga e Curi, riescono ad arrestare quell’istante “perfetto”, ad imbrigliarlo e renderlo inamovibile, ma ancora vivo, ancora capace di respirare, di raccontarsi, di divenire quel che, il lettore, può solo presumere che possa essere. E questo, tutto, si produce e genera attraverso una sapiente destrezza nel maneggiare, da parte degli autori, le sorgenti di “luce” e nel padroneggiare le “oscurità ombrose”, suadenti descrizioni, che inducono a concepire quel che potrebbe essere, al di fuori della dimensione reale, aldilà di quanto è conoscibile agli occhi.

Ed è così che, Sagarriga e Curi, non hanno impresso su d’un fotogramma-foglio solamente l’espressione d’un volto, il languore di uno sguardo perduto, la sensualità raccolta in un incauto gesto; dentro la loro narrazione è percepibile quel che c’è dietro la figurazione, come se si scendesse adagio nell’anima del ritratto, cogliendo, in una sorta di indicibile purezza, la costrizione d’ogni artifizio, che si prostra a quel che è il vero, a quel che la natura del raffigurato impone.

E in queste, in tutte, è come se si potesse cogliere il segno del tempo trascorso, di quel che è stato e di quanto potrebbe essere a venire; e scolpita sui ritratti si leva di disinganno di quanto è orami perduto, e il desiderio racchiuso nell’attesa che si nutre d’ogni auspicio.

L’immagine, creata dagli autori, riesce a ritrarre quel che è, dietro quel che appare; tratteggiando le indefinibili e inconciliabili nature dell’anima.

Come ebbe a dire David Cronenberg: “Io lavoro con i miei sogni o incubi”.

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