sabato, 15 Giugno 2024

Noi due ci apparteniamo (FuoriScena), il titolo del nuovo libro di Roberto Saviano, può essere letto come una promessa o una minaccia. E il sottotitolo (“Sesso, amore, tradimento, violenza nella vita dei boss”) è quanto mai chiarificatore. In queste storie che Saviano racconta con il suo stile impeccabile e affascinante – che stride con la crudezza degli avvenimenti – il binomio tradimento violenza è quello più marcato. Se le narrazioni sono circoscritte all’amore e al sesso, gli epiloghi hanno spesso a che fare – nella vita dei boss, con regole al contrario rispetto alla morale comune – con episodi efferati. Perché il sesso, per le organizzazioni mafiose, assume un ventaglio di significati: opportunità di controllo, sopraffazione, stigma o vanto, esaltazione o vergogna.

Due regine del narcotraffico s’incontrano in un’asfittica prigione cilena, fra loro scoppia un amore. Paolo Di Lauro, spietato boss della camorra, vaga per il mondo in cerca della giovane ragazza che gli ha spezzato il cuore. Matteo Messina Denaro spende gli ultimi scampoli della sua latitanza barcamenandosi fra i ricordi e fra i letti delle sue tante amanti. Un feroce killer della ’ndrangheta fa coming out e va a convivere con il suo compagno, scatenando le ire del clan.

Noi due ci apparteniamo indugia su aspetti della vita dei boss svelati in precedenza pochissimo, in alcuni casi mai resi noti. Lo fa alternando storie vere a riflessioni e approfondimenti dell’Autore che rafforzano quanto descritto e conducono in modo più incisivo in una sorta di “dietro le quinte”: “Quando un uomo di mafia è in carcere, la sua don­na è il suo specchio. Il suo valore gli corrispon­de. Il modo che ha la donna di comportarsi fuo­ri è quello che suo marito ha dentro. Se la moglie è inavvicinabile, quindi incorruttibile, lo sarà an­che il marito in prigione. Se la moglie, viceversa, è avvicinabile, suo marito anche lo sarà – dai ma­gistrati, da altri gruppi criminali, dalla tentazione di collaborare con la giustizia o di cedere le chiavi del proprio regno”.

È un reportage che tratteggia uomini dal cuore di tenebra e donne che non appaiono più come semplici gregarie del boss di turno ma si trasformano, di racconto in racconto, da vittime a carnefici, da portatrici di salvezza a diaboliche assassine.

“In un placido agrumeto siciliano o in una Vela di Scampia, sulla fiorente costa laziale o in un prefabbricato alle porte di Milano, nel trambusto newyorkese, da nord a sud e da est a ovest, in ogni possibile angolo dell’universo criminale: non si scherza con l’amore, e non si scherza con il sesso. Molte delle persone di cui sto per raccontarvi l’hanno imparato a proprie spese”, scrive.

Non mancano i resoconti giudiziari, precisi, dettagliati, proprio come in Gomorra, il libro che ha venduto oltre 2.250.000 di copie soltanto in Italia, 10 milioni nel mondo ed è stato tradotto in 52 lingue. E non manca l’amarezza di fondo per una vita sotto scorta, dal 2006: “Ora che questa storia è finita, e che ho finito di spiarvi, spor­gendomi fra le mie parole per rintracciare sui vostri volti i segni di quello stesso orrore che ha provocato in me, tor­no al mio posto, mi rifaccio discreto, smetto di suggerire, spiegare, interpretare. Torno in quella punizione che dura da quasi vent’anni, in cattività, a riassemblare con la colla e con lo scotch quella dotazione essenziale di cui nessuno dovrebbe mai essere privato: la libertà. Pezzo dopo pezzo, con pazienza, fra una bordata e l’altra, conto di riuscirci”.

Rossella Montemurro

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