domenica, 21 Aprile 2024

Volontà e determinazione: sono queste le doti di Marco Pantani che sarà “come Fausto Coppi: arriverà al futuro dritto dritto come a un traguardo. Senza sudore, né sforzo, perché saranno stati gli sforzi e i sudori passati a portarcelo. E dove un tempo c’era solo Coppi al comando dell’epica del ricordo, ora c’è anche Pantani e tutti immalinconiscono, dietro, congelati dall’assenza.”

Su Marco Pantani – la leggenda, il pirata… – è stato detto e scritto tanto – articoli, documentari, libri – eppure difficilmente si è riusciti a ritrarlo in modo così particolareggiato e se vogliamo intimo come ha fatto Marco Ciriello nel suo Marco Pantani. Alto sui pedali. Una vita alla rovescia (Sperling & Kupfer). Questo volume va oltre la biografia perché intrecciando citazioni letterarie e musicali delinea in modo appassionato e mai banale una storia che ha colpito tutti e ancora oggi, a vent’anni dalla morte, continua a far parlare. Ciriello, scrittore e giornalista – collabora con La Gazzetta dello Sport, Il Mattino, Domani e Avvenire – ha scelto di iniziare dalla fine per raccontare Marco Pantani, da quel terribile 14 febbraio 2004 nel quale il campione romagnolo perse la vita, per poi procedere a ritroso come ne La freccia del tempo di Martin Amis.

“Pantani era un barbaro, un selvaggio, un pirata. Appunto. Uno che attaccava l’impossibile, e anelava le salite e le salite anelavano lui”.

In un crescendo di pathos, l’Autore ripercorre le tappe – gli avversari, le montagne sulle quali inerpicarsi veloce come il vento, Madonna di Campiglio, la rabbia e lo sconcerto, il Tour de France vinto e il Giro d’Italia dominato – che hanno caratterizzato la vita del campione dando vita a una narrazione avvincente nella quale la cronaca sportiva diventa il filo conduttore di una vicenda profondamente umana.

In questo incedere al contrario si aprono scorci inaspettati, si creano legami e connessioni tra eventi, luoghi e persone all’apparenza lontanissimi: e così Pantani, più che un “pirata”, ci sembrerà l’ultimo re mongolo; la sua Romagna un pezzo d’Asia nel cuore d’Italia; il suo corpo, come lo furono quelli di Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini, il simulacro di un’intera nazione.

“Sì, Pantani era fortissimo. E il suo corpo era una centrale elettrica, anzi nucleare: perché solo nei guasti si percepisce il potenziale, quando prende altre forme, quando appare indomabile. Quel corpo è stato il ciclismo dal 1994 al 2004, fuori e dentro le corse, con la bicicletta e senza, proprio come quello di Mussolini era il Paese e il fascismo, quello di Aldo Moro era la DC e il potere e quello di Pier Paolo Pasolini era la cultura (poesia, cinema, giornalismo, narrativa e persino pittura). Quel corpo da Davide si è opposto alle ingiustizie che gli cadevano addosso, alle sfortune che lo portavano a letto – che è il contrario del nomadismo biciclettante – e si è disperso per le strade di mezzo mondo. Era un’idea, un pensiero baol – direbbe Stefano Benni – che assolveva il compito di salvare le esistenze normali dal quotidiano, dalla ripetizione, dalla mancanza di stupore. Quel corpo era nome, quel nome era invocazione, quell’invocazione era assoluzione.”

Marcata anche l’analisi psicologica di Ciriello che dà ulteriore spessore a una pubblicazione incisiva: “Dentro il suo tempo Pantani è a disagio. Prima troppo aggressivo, poi troppo remissivo. La sua educazione allo sforzo lo porta a essere rude anche col tempo, deve strappare, strappare sempre, da un lato o dall’altro. La bicicletta è il senso di un’articolazione temporale che lo spinge ad allontanarsi da casa e crescere, così abbraccia il tempo su due ruote senza pensarci, prende la strada e si separa per sempre da tutti.”

L’autore ha scritto numerosi libri, tra i quali Maradona è amico mio (2018) e Valentino Rossi, il tiranno gentile (2021).

Rossella Montemurro

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