giovedì, 25 Luglio 2024

Oggi vorrei fare una riflessione sulla sofferenza e la vorrei fare partendo da un brano del discorso che papa paolo VI pronunciò il Venerdì Santo dell’anno 1964.

“La sofferenza può apparire una disgrazia, inferiorità, più degna di disprezzo e ripugnanza che di meritevole di comprensione  e di amore … Gesù chiama il dolore a uscire dalla sua disperata inutilità, a diventare, se unito al suo, fonte positiva di bene, capacità espiatrice e beatificante. Nel cristiano si inizia un’arte strana e stupenda: quella di saper soffrire, di far servire il proprio dolore alla propria e all’altrui redenzione”.

Leggendo questo mi verrebbe da dire che la malinconia è come una voragine in cui si scivola e, quanto più si scende, tanto più cupo si fa il cielo dell’esistenza.

Ci si sente come prigionieri di un groviglio inestricabile.

Eppure questo luogo oscuro dell’anima non è solo negativo.

Può diventare come un grembo fecondo che genera luce.

Ma affinché questo avvenga è necessario che si scopra di essere mai soli, anche in quel tempo di tenebra.

Pensate a questo punto a San Francesco. 

Nessuno più di lui ha afferrato il senso della sofferenza e l’ha vissuta come via di libertà, di realizzazione e di “perfetta letizia”.

Solo le nostre fragilità possono aiutarci a entrare nel nostro abisso e trovare in esso la via della vita.

Pensate a San Paolo.

I guai che ha passato San Paolo sono proprio tanti: di natura fisica e morale, provenienti dai pagani, dai figli d’Israele, dagli stessi cristiani.

Costretto a una infuocata difesa del suo operato, stende per i Corinti un elenco impressionante di fatiche e di prigionie, di avversità personali e di rischi mortali: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i 39 colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumane e di briganti, pericoli dai miei connazionali e dai pagani, pericoli nelle città, nei deserti e nei mari, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità” (2Cor 11, 23-27; cf 2Cor 6, 5).

Vorrei concludere questa modestissima riflessione con un pensiero di Padre Pio: “Le tenebre che a volte circondano il cielo delle anime vostre sono luce: per esse voi vi credete nel buio, ed avete l’impressione di trovarvi nel mezzo di un roveto ardente. Infatti quando il roveto brucia, l’aria intorno si riempie di nembo e lo spirito smarrito teme di non vedere, di non comprendere più nulla. Ma è allora che Iddio parla ed è presente all’anima: che ode, intende, ama e trema.”.

Nicola Incampo

Responsabile della CEB per l’IRC e per la pastorale scolastica

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