giovedì, 30 Maggio 2024

Nel Cinquecento il mondo occidentale assiste all’affermazione del Rinascimento: un movimento culturale che pone l’uomo al centro dell’universo, con l’idea di rinascita della sudditanza che l’uomo avrebbe avuto nei confronti di Dio durante il Medioevo.

Alla posizione teocentrica (centralità di Dio), tipicamente medioevale, si contrappone una posizione antropocentrica (centralità dell’uomo), tipicamente rinascimentale, che rompe con la visione unitaria della vita e del mondo.

Il Rinascimento non è però un’epoca di ateismo, anzi rimane un tempo di profonda religiosità in cui Dio non viene estromesso dalla storia, ma dà maggiormente peso al ruolo dell’uomo rispetto a quello di Dio; infatti dell’uomo si esalta la potenzialità del e il genere creativo.

In tale contesto fiorisce un nuovo concetto dell’uomo: egli non è più il centro di un mondo creato e governato da Dio, un mondo subordinato alle verità della fede, ma diventa il centro di un mondo che crea a governa lui stesso.

È questo un cambio di visione epocale: all’idea medioevale della ricerca di santità si sostituisce l’idea rinascimentale della riuscita umana.

Non più un uomo debole e peccatore che spera e conta su Dio, ma un uomo realizzato che conta sulle proprie forze.

L’uomo, acquistando una nuova consapevolezza di sé, si affranca in parte anche degli insegnamenti cristiani, favorendo una certa rilassatezza dei costumi.

Infatti si fa strada un’idea della vita in cui godere è considerato un importante valore naturale e, in tal senso, Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, esprime così questo nuovo sentire: “Chi vuol essere lieto, sia: di doman non c’è certezza”!

Questo nuovo modo di pensare, che rendo l’uomo artefice di se stesso, dà vita anche a intense trasformazioni sociali: nascono gli Stati moderni, si sviluppano l’economia e il commercio e nuove invenzioni come la stampa.

Inoltre viene dato grande valore all’antichità classica: si riscopre la civiltà di Roma, in cui l’uomo appare il principale protagonista, ma è soprattutto la scoperta dell’America che, aprendo nuovi orizzonti, fa sentire l’uomo più potente.

Il Rinascimento è una civiltà di corte con grandi riferimenti come Firenze, Mantova, Milano, Ferrara, Urbino e Napoli, ma ha il suo centro più importante a Roma, dove i papi radunano grandi artisti e signori, favorendo la crescita della corte pontificia.

È così che molti vescovi vivono a Roma lontano dalla proprie diocesi, governate da un loro delegato.

Questo però, assieme ai vari intrighi politici della corte pontificia, contribuisce a diminuire il prestigio della Chiesa.

Inoltre, appare del tutto scandalosa la vita rilassata di molti preti, peraltro, quasi sempre privi di un’adeguata formazione: molti non sanno il latino, non conoscono la Bibbia e nemmeno le formule della messa.

Di conseguenza la vita cristiana del popolo si lega solamente a forme esteriori di religiosità.

Il Rinascimento, tuttavia, ha una sua forte influenza anche in campo religioso: l’uomo cristiano non si sente più fragile pellegrino, ma immagine di Dio; un’immagine però dalla quale mostrarsi degno con la fede e le opere.

Eco allora che questa positiva visione rende l’uomo protagonista anche all’interno della Chiesa, dando vita a grandi personalità riformatrici.

Non mancano, infatti, grandi uomini di fede come il vescovo di Firenze Antonino Pierozzi o quello di Verona Gian Matteo Giberti, precursori della Riforma Cattolica.

Il primo visitando ogni anno la sua diocesi assicurandosi che i preti conoscano almeno la formula della consacrazione eucaristica, il secondo definito “il primo grade pastore dei tempi moderni”.

Giberti è il segno vivo del desiderio di riforma presente all’interno della Chiesa: il nuovo modello di vescovo che, promosso dal Concilio di Trento, diventa fermento di un nuovo umanesimo cristiano.

Nicola Incampo

Responsabile della Conferenza Episcopale di Basilicata per l’IRC e per la Pastorale Scolastica

Nel Cinquecento il mondo occidentale assiste all’affermazione del Rinascimento: un movimento culturale che pone l’uomo al centro dell’universo, con l’idea di rinascita della sudditanza che l’uomo avrebbe avuto nei confronti di Dio durante il Medioevo.

Alla posizione teocentrica (centralità di Dio), tipicamente medioevale, si contrappone una posizione antropocentrica (centralità dell’uomo), tipicamente rinascimentale, che rompe con la visione unitaria della vita e del mondo.

Il Rinascimento non è però un’epoca di ateismo, anzi rimane un tempo di profonda religiosità in cui Dio non viene estromesso dalla storia, ma dà maggiormente peso al ruolo dell’uomo rispetto a quello di Dio; infatti dell’uomo si esalta la potenzialità del e il genere creativo.

In tale contesto fiorisce un nuovo concetto dell’uomo: egli non è più il centro di un mondo creato e governato da Dio, un mondo subordinato alle verità della fede, ma diventa il centro di un mondo che crea a governa lui stesso.

È questo un cambio di visione epocale: all’idea medioevale della ricerca di santità si sostituisce l’idea rinascimentale della riuscita umana.

Non più un uomo debole e peccatore che spera e conta su Dio, ma un uomo realizzato che conta sulle proprie forze.

L’uomo, acquistando una nuova consapevolezza di sé, si affranca in parte anche degli insegnamenti cristiani, favorendo una certa rilassatezza dei costumi.

Infatti si fa strada un’idea della vita in cui godere è considerato un importante valore naturale e, in tal senso, Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, esprime così questo nuovo sentire: “Chi vuol essere lieto, sia: di doman non c’è certezza”!

Questo nuovo modo di pensare, che rendo l’uomo artefice di se stesso, dà vita anche a intense trasformazioni sociali: nascono gli Stati moderni, si sviluppano l’economia e il commercio e nuove invenzioni come la stampa.

Inoltre viene dato grande valore all’antichità classica: si riscopre la civiltà di Roma, in cui l’uomo appare il principale protagonista, ma è soprattutto la scoperta dell’America che, aprendo nuovi orizzonti, fa sentire l’uomo più potente.

Il Rinascimento è una civiltà di corte con grandi riferimenti come Firenze, Mantova, Milano, Ferrara, Urbino e Napoli, ma ha il suo centro più importante a Roma, dove i papi radunano grandi artisti e signori, favorendo la crescita della corte pontificia.

È così che molti vescovi vivono a Roma lontano dalla proprie diocesi, governate da un loro delegato.

Questo però, assieme ai vari intrighi politici della corte pontificia, contribuisce a diminuire il prestigio della Chiesa.

Inoltre, appare del tutto scandalosa la vita rilassata di molti preti, peraltro, quasi sempre privi di un’adeguata formazione: molti non sanno il latino, non conoscono la Bibbia e nemmeno le formule della messa.

Di conseguenza la vita cristiana del popolo si lega solamente a forme esteriori di religiosità.

Il Rinascimento, tuttavia, ha una sua forte influenza anche in campo religioso: l’uomo cristiano non si sente più fragile pellegrino, ma immagine di Dio; un’immagine però dalla quale mostrarsi degno con la fede e le opere.

Ecco allora che questa positiva visione rende l’uomo protagonista anche all’interno della Chiesa, dando vita a grandi personalità riformatrici.

Non mancano, infatti, grandi uomini di fede come il vescovo di Firenze Antonino Pierozzi o quello di Verona Gian Matteo Giberti, precursori della Riforma Cattolica.

Il primo visitando ogni anno la sua diocesi assicurandosi che i preti conoscano almeno la formula della consacrazione eucaristica, il secondo definito “il primo grade pastore dei tempi moderni”.

Giberti è il segno vivo del desiderio di riforma presente all’interno della Chiesa: il nuovo modello di vescovo che, promosso dal Concilio di Trento, diventa fermento di un nuovo umanesimo cristiano.

Nicola Incampo

Responsabile della Conferenza Episcopale di Basilicata per l’IRC e per la Pastorale Scolastica

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