giovedì, 29 Febbraio 2024

Il documentario scritto e diretto dalla regista potentina Vania Cauzillo “Il mondo è troppo per me|La storia di Vittorio Camardese” sarà presentato in anteprima assoluta durante il SEEYOUSOUND International Music Film Festival concorrendo nella categoria Long Play DOC in prima assoluta lunedì 27 febbraio e in seconda visione martedì 28 febbraio nelle sale del Cinema Massimo per arrivare nelle sale cinematografiche lucane a marzo.

Il potentino Vittorio Camardese è stato uno dei più grandi chitarristi italiani ma non ha mai inciso un disco e non esistono trascrizioni della sua musica, resta solo quello che ha lasciato nelle persone che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo suonare come è successo a Chet Baker, Lelio Luttazzi, Tony Scott, Massimo Urbani, Stephane Grappelli che lo hanno stimato e amato proprio per la sua tecnica inedita e il talento innato.

Il mondo è troppo per me ripercorre la vita, le origini, le inclinazioni del radiologo di Potenza che tra gli anni ’50, ’60 e ‘70 vive ed è protagonista della scena jazz romana e internazionale. Suona con i musicisti che passavano le notti tra il Music In e il Folkstudio dove le sue performance strabilianti erano diventate un numero fisso ed è proprio qui che l’avventura jazzistica di Vittorio diventava leggendaria solo fino all’alba però, quando infilava il camice e tornava ad essere un anche un brillante radiologo che però mai volle sostenere l’orale per diventare primario. Il documentario alterna interviste, animazione, le immagini di archivi privati inediti e i filmati di Vittorio musicista nelle uniche tre apparizioni televisive in RAI che fece sempre costretto dagli amici. 

Il film, come la vita di Vittorio, si svolge tra due città: Roma e Potenza entrambe ricostruite attraverso il dialogo tra animazione, archivio e fiction. La città di Potenza, i suoi vicoli e soprattutto quattro luoghi chiave fanno da scenografia alla storia di Camardese ma raccontano anche di una Potenza del primo dopoguerra: Palazzo Loffredo, luogo del primo liceo classico, il Teatro Stabile, da sempre spazio sociale di ritrovo per la comunità artistica dove Vittorio ha fatto le sue prime esibizioni e tornava negli anni ’70 nelle locandine come “partecipazione straordinaria” e ancora Piazza Prefettura, luogo di incontro di generazioni diverse, i vicoli e la casa nel Largo Pedio, piazzetta caratteristica di Potenza dove è nato e cresciuto. Il racconto di Potenza tra le scene è arrichito dai frammenti di due documentari: uno degli anni ’50 dell’Istituto Luce e un’altro sulla Potenza degli anni ’60 che dal bianco e nero ai colori raccontano in dialogo con immagini la città di uno dei più virtuosi chitarristi del mondo.

La vita di Vittorio Camardese è stata ricostruita intervistando chi lo ha conosciuto e amato, Renzo Arbore e Irio de Paula, Antonio Infantino, Nicoletta Costantino, Marcello Rosa, Graziano Accinni, Gianni Bisiach, colleghi medici di Roma e la sua famiglia d’origine, tantissime le persone tra Roma e Potenza che hanno custodito un pezzo di questa storia che la regista e tutte le persone che hanno collaborato al film hanno ricucito minuziosamente. 

La biografia di Vittorio Camardese attraversa il Novecento: nasce nel 1929 a Potenza ma la sua musica arriva inedita fino al 2013, quando sarà ri-scoperta. È il 2 luglio 2013 e Vittorio è scomparso da tre anni quando il chitarrista Roberto Angelini, anche lui una delle voci del racconto,  carica su youtube un video in bianco e nero in cui Vittorio Camardese, con cui Angelini è cresciuto perché aveva sposato sua madre, suona la sua chitarra durante il programma “Chitarra amore mio”. Camardese non pizzica le corde ma le percuote: Camardese si sta esibendo in tapping, ma non lo sa nessuno, nemmeno lui. In pochi minuti il video diventa virale, fa il giro del mondo arrivando sulle timeline dei più grandi musicisti, Bryan May dei Queen definisce “Magia” quello che ha visto sullo schermo, Joe Satriani ritwitta il link di youtube e augura buona visione, migliaia di appassionati non riescono a staccare gli occhi da quelle mani, così Vittorio arriva anche sulla timeline della regista Vania Cauzillo.

“L’algoritmo mi proponeva con insistenza il video di una esibizione di Vittorio del 1965. Era di Potenza. Come me. Ma non lo avevo mai sentito nominare, mentre molti di amici e colleghi artisti a Potenza avevano avuto l’occasione di conoscerlo o almeno di sentir parlare di questo “mito”. Mi sono innamorata subito di quel radiologo che diceva di aver chiesto il permesso al suo primario per essere in TV quel giorno. Quando si mette a suonare e la camera stringe sulle sue mani, diventa impossibile resistere a quel volteggio, a quel ritmo sincopato ed elegante. Incredulità, stupore, ammirazione. La storia di Vittorio rischiava di essere dimenticata ed è arrivata a me parlando di radici e di talento, di scelte e musica, di note blu e anche della mia Basilicata. Così ho contattato Roberto, la sua famiglia d’origine e mi hanno affidato questo storia. Ho dovuto girare intervistando i ricordi più che le persone, perché difficile era ricostruire una storia di qualcuno che probabilmente voleva essere dimenticato “Il mondo è troppo per me” è iniziato come un documentario su un talentuosissimo chitarrista, ma la storia di Vittorio ha aperto riflessioni sulle occasioni perdute di essere felici, sulla responsabilità di essere un artista, sulle scelte fatte anche quando decidiamo di non decidere”

Vittorio Camardese si è sempre definito autodidatta e quando gli chiedevano dove avesse imparato a suonare la chitarra rispondeva: “dal barbiere”, e infatti spesso nei saloni dei barbieri di un tempo si suonava “alla zampognara”, un bellissimo esempio di raccordo tra la tradizione dei musici artigiani e la scuola arcaica della tradizione musicale del Sud Italia: si tratta di una tecnica per “chitarra francese” che cerca di emulare il suono della zampogna e che veniva suonata con lo strumento in verticale anziché in orizzontale. Molto probabilmente Vittorio aveva acquisito e innovato questo patrimonio culturale, lo ha reso adatto alla sua epoca, dominata dalle influenze del jazz, del rock e del pop internazionale, in maniera geniale e certamente del tutto originale nelle composizioni e nelle melodie.

In copertina foto di Simone Cargnoni

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