domenica, 25 Febbraio 2024

Oggi vorrei fare con voi una riflessione sulla rinuncia, e la vorrei fare partendo da una poesia di Licofrone di Calcide.

Non si hanno molte notizie sulla vita di Licofrone né sulle sue opere.

Secondo Suda, l’enciclopedia storica bizantina del X secolo, Licofrone era nato a Calcide, in Eubea, attorno al 330 a.C. da Socle, ed era stato adottato dallo storico Lico di Reggio, una delle fonti delle sue opere.

Licofrone usa la metafora e gli enigmi, profondo conoscitore della mitologia parla attraverso essi; ama l’iperbole descrittiva, la ricercatezza stilistica, l’invenzione letteraria, lo stupefacente che impressiona, a volte oltre misura.

Il suo stile quasi sempre oscuro si allontana dalla pacata eleganza alessandrina. «Il suo fine non è quello di offrire un messaggio di pura bellezza, quanto di stupire, travolgere, disorientare il lettore.»

Tutto questo, assieme al suo silenzio su avvenimenti tolemaici, concorre a rendere problematica la sua individuazione con il poeta della Pleaide e la avvicina a un diverso Licofrone di cui però sfugge l’immagine.

La sua metafora attinge al mondo animale per esaltare le caratteristiche fisiche o psichiche dei personaggi che descrive rendendoli al tempo stesso ambigui e difficili da identificare.

Licofrone fu un autore difficile ed erudito che si rivolgeva a un pubblico colto, capace di decifrare le sue metafore e i suoi enigmi.

Questa rosa dedico a te: amabile offerta;

anche i sandali e l’elmo, e la lancia

che atterra le belve: ora la mia mente

si volge ad una fanciulla

amata dalle Cariti e bella.

Quanto è bello constare quanto l’uomo sia disposto a rinunciare a tutto in nome dell’amore.

L’amore è la vera ragione finale di ogni persona.

È bella questa immagine: il poeta che depone una rosa ai piedi della donna amata come pegno.

Riflettiamo ancora sull’immagine: con la rosa, e dopo la rosa, egli depone anche i sandali, l’elmo e la lancia che lotta contro le belve; proprio perché sia capitolazione il pegno.

È come se ci dicesse che non ama il viandante, non ama il cacciatore, non ama il soldato, ma ama l’uomo, cioè l’uomo che si scioglie ai sentimenti.

Anzi può accadere che l’uomo sia pellegrino, che l’uomo sia cacciatore, che l’uomo sia soldato, ma non per andare, non per lottare, non per la lotta, perché la guerra non sarà mai la sua meta.

La meta dell’uomo è sempre l’amore.

Nicola Incampo

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