martedì, 28 Maggio 2024

Pubblichiamo l’Omelia pronunciata ieri sera in Piazza San Francesco di Assisi di Matera dall’arcivescovo mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (foto di repertorio) in occasione dell’ordinazione sacerdotale dei nuovi quattro presbiteri Giuseppe Calabrese, Giuseppe Didio, Valerio Latela e Leonardo Rocco Sisto.
«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu
uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni».

Il ministero del profeta Geremia non si fonda su sue presunzioni, ma
trova terreno fertile dove far crescere le radici nella libera scelta operata
da sempre dal Signore perché annunci la sua Parola. Ciò che lui è chiamato ad
essere non viene da un suo pio desiderio, dal suo interno, ma da altrove.
L’altrove è Dio, deciso ad abitare in lui per parlare e agire attraverso di
lui.

Carissima Eccellenza, Mons. Michele Scandiffio, carissimi confratelli
nel Sacerdozio, Diaconi, Religiosi e Religiose, Seminario Teologico di Potenza
con l’equipe formativa, popolo santo di Dio, autorità tutte presenti, questa
sera la Chiesa di Matera – Irsina si sente particolarmente avvolta dalla grazia
di Dio e privilegiata perché quattro suoi figli, Giuseppe, Valerio, Leonardo
Rocco, Giuseppe saranno ordinati presbiteri nella Chiesa e per la Chiesa.

L’esperienza di Geremia ci rimanda direttamente alla vocazione di Mosè (Es
3). Alla chiamata di Dio, il profeta risponde obiettando di non essere all’altezza
della situazione, mettendo in evidenza la propria incapacità ad essere
persuasivo con la parola, tirando in ballo la sua giovane età: “Ecco io non so
parlare, perché sono giovane” (Ger 1,16).

C’è un dialogo tra lui e Dio. Dialogo che significa stare con lui,
ascoltare, meditare, contemplare non perché a parlare sia Geremia ma colui che
cerca e vuole il bene dell’altro. Il Signore chiede al profeta di essere
ministro della Parola, a cui conferisce la sua stessa autorità.

Il prete è chiamato da Dio a stare, prima di tutto, con lui, lasciandosi
possedere dall’amore divino. E’ questo che gli fa vivere la fecondità di un
ministero intriso del mistero e dell’agire per Cristo, con Cristo e in Cristo.
Un prete che perda il gusto di vivere in comunione con colui che l’ha chiamato
(fedeltà alla preghiera, all’ascolto, alla meditazione della Parola, alla vita
sacramentale, soprattutto all’amore per l’Eucaristia) diventa burocrate del
sacro, bravo organizzatore di eventi disincarnati dall’annuncio della Parola, in
cerca di consensi per sè e non per il bene della Chiesa. Qui si annida il
fallimento di un ministero sterile che partorisce vento.

«Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui
ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con
te per proteggerti». Oracolo del Signore. Il Signore stese la mano, mi toccò la
bocca e il Signore mi disse: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca».

Geremia è chiamato a parlare a persone più grandi di lui, più colte, più
importanti. Il Signore gli fa capire che attraverso il dialogo costante, crescerà,
maturerà fino a diventare come un anziano che parla con saggezza.

Il prete, nonostante la sua giovane età, è padre. Dal momento in cui
viene consacrato diventa, paradossalmente, padre di suo padre e di sua madre,
quindi dell’intera comunità di credenti. Una paternità che lo responsabilizza e
lo rende attento e vicino ai propri fedeli, come un padre e una madre, pronti a
sacrificarsi per i figli.

Questa è la vera fecondità alla quale siete chiamati: una libertà
interiore che vi permetta di servire e non di essere serviti, di essere misericordiosi
e meno burocrati, di accompagnare e non di essere semplici viandanti, di vegliare
costantemente affinché a causa vostra nessuno si allontani da Dio e dalla
Chiesa.

S. Paolo, nella seconda lettura proclamata, ci ha ricordato: «Fratelli,
nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si
faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è
stoltezza davanti a Dio.

Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro
astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi
nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo,
Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma
voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Questo brano segue quanto ieri abbiamo ascoltato sulle divisioni
esistenti tra i cristiani di Corinto. Paolo spiega che tutto questo avviene
ogni qual volta alla vera sapienza, che è Gesù Cristo, si preferisce quella
umana. Paolo, Apollo, Cefa non sono altro che servi, quindi collaboratori di
Dio che hanno ricevuto la missione di portare i Corinzi alla fede. Ma chi
realmente è importante non è né Paolo né Apollo né Cefa: è colui che ha fatto
crescere e fruttificare.

Carissimi, fra poco sarete ordinati presbiteri e verrete accolti,
attraverso l’abbraccio di pace, da tutto il presbiterio del quale entrerete a
far parte. Ricordatevi che non sarete importanti per quello che farete. Sarete
santi preti se rimarrete uniti a Cristo, al Papa, al Vescovo, al presbiterio.
La Chiesa, che vi ha generati e nutriti con la Parola e i Sacramenti, è la
Madre che va amata e ascoltata e che dovete servire nei fratelli che vi
verranno affidati. Fuggite la tentazione dell’affermazione, dell’occupazione di
posti “importanti” per non cadere, al momento opportuno, per motivi personali,
nel linguaggio del maligno che denigra la Madre Chiesa, la accusa, attraverso
attacchi che spesso hanno il valore della vendetta. E’ uno squallido spettacolo
al quale stiamo assistendo anche in questi giorni nei confronti del Papa.

Dio non comunica la salvezza in favore di alcuni a scapito degli altri.
A lui stanno a cuore tutti i suoi figli perché sono la Chiesa, costruzione ben
compatta, che ha un solo fondamento: Cristo. La preoccupazione di Paolo è che i
ministri si lascino innalzare dai fedeli su un piedistallo, sentendosi
protagonisti assoluti, isolati dal resto del presbiterio. Non permettete che i
fedeli sponsorizzino il culto della vostra personalità. Quando succede questo,
la comunità si spacca e si distrugge. Non siete chiamati ad essere i gestori
della comunità, ma pastori che aiutano le singole pecore a educare la comunità
stessa a prendersi le proprie responsabilità. Voi, tra i fratelli,
rappresentate il Signore, quindi servitori e collaboratori di Dio. Il giorno in
cui, come succederà, verrete chiamati a svolgere il ministero in nuove comunità
e una parte dei fedeli dovesse allontanarsi per seguire voi, significherebbe
che sono rimasti legati a voi come persone e non a Gesù, Maestro e Signore.

A sua volta la comunità è chiamata ad aiutare il presbitero affinché non
venga meno al suo mandato, al suo ruolo. Ecco perché tra il vescovo e il prete
deve maturare, giorno dopo giorno, quel rapporto di comunione, di fiducia, di
reciproca stima, di unità, di obbedienza, espresso in uno dei gesti più belli
della liturgia di ordinazione. Fra poco ognuno di voi metterà nelle mani del
vescovo le proprie mani. Non è una forma di vassallaggio. Non sono solo parole
di promessa e obbedienza. Quel “Si, lo prometto”, continuerà nel tempo a far
gustare la gioia di camminare mano nella mano, proprio come gli innamorati,
come un papà o una mamma con il suo bambino. Ma ancor di più: il prete consegna
la sua vita nelle mani del vescovo e il vescovo in quella del prete. E’ un dono
reciproco che ci facciamo.

L’evangelista Luca ci presenta una delle scene più belle: Gesù, sulle
rive del lago di Gennesaret, sta in piedi in mezzo alla folla assetata e
affamata della Parola di Dio. Sull’esempio di Gesù, il prete, come ci ricorda
Papa Francesco, sta in mezzo alla gente, cammina con loro, condivide la
ferialità, riempiendola del messaggio della buona notizia.

Gesù sale sulla barca, si siede, continua ad insegnare. Quella barca che
diventerà l’immagine della Chiesa. Gesù dice a Simone, ripete al Papa oggi:
«Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Ma lo dice a noi
tutti, lo dice a voi stasera, in particolare. Se ogni giorno saremo capaci di
ripetere con Simone «Maestro, … sulla tua parola getterò le reti», ci renderemo
conto, soprattutto quando ci sentiremo stanchi e delusi per i risultati
ottenuti, dopo tanta fatica, tante catechesi, tanti sacramenti, come lo
scoraggiamento lascerà posto alla fiducia, alla speranza.

Il prete, in quanto pescatore di uomini, tira la barca vuota a terra,
lascia tutto e segue Gesù in pieno affidamento. Non avrà affetti particolari,
una sua famiglia, non si legherà ai beni di questo mondo, conscio che ciò che
renderà veramente felice la sua vita è rimanere sempre più innamorato di Cristo
e della Chiesa. Dei pescatori si dice: “lasciarono tutto”. Da questo incontro
con Gesù la loro vita cambia radicalmente.

Il prete, in quanto innamorato, saprà sempre riconoscere che al momento
della pesca abbondante il merito è frutto dell’agire di Dio. Da parte nostra la
fiducia piena nell’obbedienza a quanto Cristo ci comanda: prendere il largo e
gettare le reti dove lui ci dice e non dove o come vogliamo noi. Simone e gli
altri sono esperti pescatori ma non prendono nulla. Non basta la preparazione
teologica, il cammino di formazione del Seminario, le specializzazioni, se a tutto
ciò, contemporaneamente, non si coltiva quotidianamente la direzione spirituale,
riconoscendo, come Simon Pietro, di essere peccatori e quindi bisognosi sempre
della grazia divina. La vera conversione risiede nel cambio del cuore di chi,
riconoscendosi peccatore e lontano da Dio, paradossalmente lo stringe a sé e si
pone ai suoi piedi. In questo incontro tra misericordia e peccato è la vera
conversione: solo un cuore che ha conosciuto il vero amore, a prescindere dalle
future cadute, non lo lascerà più.

Carissimi, fate in modo che, alla fontana del villaggio, così come
definiva S. Giovanni XXIII la parrocchia, nessuno trovi il rubinetto chiuso
perché quanti hanno voglia di bere, si dissetano. Essere sacerdote non è un qualsiasi
mestiere, è come l’amore di una mamma che, anche se stanca, esasperata, delusa,
non chiude la porta di casa, ma continua instancabilmente ad offrire se stessa
gratuitamente solo e semplicemente per amore.

Carissimi genitori dei novelli sacerdoti, grazie perché volentieri state
accompagnando i vostri figli verso il ministero presbiterale. Grazie per i
sacrifici che state continuando a fare per loro. Grazie perché unito al loro
“SI” c’è anche il vostro.

Insieme vogliamo dire grazie a chi, carissimi, vi ha seguiti nel
percorso della vostra vocazione, soprattutto per Don Valerio Latela e Don
Giuseppe Calabrese: Don Mimì Falcicchio. Vi benedice dal cielo e gioisce con
tutti noi. E insieme alla schiera della Chiesa celeste c’è uno sguardo materno
particolare che gode di questo momento. Mi piace pensare quello che farebbe una
mamma: baciare il proprio figlio. Carissimo Don Valerio senti la carezza di
mamma e il suo bacio pieno d’amore.

Vi affidiamo alla Madonna della Bruna perché viviate il vostro ministero
presbiterale, come lei, da innamorati di Cristo e della sua Chiesa.

S. Eufemia, S. Eustachio e S. Giovanni da Matera preghino per voi. Amen.

 
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