venerdì, 19 Aprile 2024

 

Questa
l’Omelia di mons. Antonio Giuseppe Caiazzo durante la Santa Messa  a conclusione del 26°
Incontro Nazionale delle Confraternite nello Stadio Comunale di Matera oggi, 16
giugno 2019:

 
Domenica
scorsa abbiamo celebrato la solennità di Pentecoste. Nel suo messaggio finale
su questa terra, Gesù rivelò ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati
soli: un altro consolatore sarebbe stato per sempre con loro, il Paraclito,
colui che sta accanto, che sostiene, illumina, guida, ricorda ogni cosa che
Gesù ha insegnato. È lo Spirito Santo! I discepoli, infatti, sono inviati da
Gesù per ammaestrare tutte le genti e battezzarle nel nome del Padre, e del
Figlio, e dello Spirito Santo. Nel nome della Santissima Trinità.
È
quanto Gesù ha detto oggi nel brano del vangelo che abbiamo ascoltato: «Molte
cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il
peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché
non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le
cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da
quel che è mio e ve lo annuncerà».
Ogni
nostra azione trova proprio nella Santissima Trinità il suo inizio e il suo
compimento. Ogni preghiera, ogni celebrazione, ogni forma devozionale, le
stesse nostre azioni quotidiane sono segnate e riempite della presenza trinitaria.
Ciò significa che noi tutti ci immergiamo, senza rendercene conto, nel più
grande mistero d’amore: Dio, Uno e Trino.
Carissimi
fratelli e sorelle appartenenti alle Confraternite italiane convenute nella
nostra città di Matera per il 26° Convegno Nazionale, anche questo momento,
l’Eucaristia, il più sublime e importante per ogni cristiano, ha avuto questo
inizio e, man mano che andiamo avanti nella celebrazione, ci sentiremo
impastati dall’amore divino che ci fa diventare una cosa sola in lui, con lui e
per lui. Vi saluto tutti, insieme a Sua Eccellenza Mons. Mauro Parmeggiani,
Vescovo di Tivoli – Palestrina e Assistente Spirituale della Confederazione
delle Confraternite delle Diocesi d’Italia, al Dott. Francesco Antonetti, quale
Presidente Nazionale della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi
d’Italia e a tutti i confratelli sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose,
alle autorità presenti.
Matera
ha una tradizione di panificazione che nel corso dei secoli ha sempre più
sviluppato, affermandosi come città del pane. Questa nostra città, pur essendo
una delle più antiche del mondo (8.000 anni di storia), da quando ha accolto
l’annuncio evangelico ha saputo sviluppare una particolare teologia nella
semplicità dei gesti e dei segni. Uno di questi è appunto il pane.
Noi,
arrivati da tutta Italia, possiamo dire di essere tanti chicchi di grano
provenienti dai campi che in questi giorni biondeggiano e sono quasi pronti per
il raccolto. Quei chicchi di grano che, raccolti sui nostri colli, diventeranno
farina.
Impastata
e lievitata diventerà pane.
Il
suo profumo inebria le strade e le case, il suo sapore è una carezza per il
cuore. Non a caso ogni fetta del pane tradizionale ha la forma del cuore. Un
cuore che si dilata, si fa cibo, esattamente come Dio Trinità.
Anticamente
le mamme di questa città, come un po’ dappertutto, iniziavano la lavorazione
dell’impasto per il pane con il segno della croce. Successivamente, per
risparmiare spazio nel forno e mettere più pani, si sviluppò la tecnica di
creare un pane sviluppato in altezza. Questa tecnica si basa sulla teologia
della Santissima Trinità. La pasta viene stesa a forma di rettangolo: si
uniscono le estremità di un lato arrotolandola tre volte, mentre si pronuncia “nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Dall’altro
lato, con la stessa tecnica, si fanno due giri per ricordare la doppia natura
di Gesù Cristo: umana e divina. Al termine l’impasto viene piegato al centro e
fatti tre tagli recitando: Padre, Figlio e Spirito Santo.
A
questo punto il pane viene lasciato riposare. Continuando a lievitare con il
lievito madre, si amalgama diventando una sola massa. Quindi viene infornato
per essere cotto.
Questa
tecnica e questa spiritualità trinitaria, sviluppatesi nel corso dei secoli,
hanno fatto sì che la nostra gente comprendesse come la nostra natura umana si
rivesta sempre più di quella divina.
Qui
a Matera c’è la cultura del pane. Non più forni di vicinato, ma forni presenti
sul territorio sfornano continuamente il pane dal profumo intenso, dal sapore
delizioso, dalla crosta croccante, che sfama, che sazia. È il pane Trinità.
Come Dio è uno in tre persone, in una sola sostanza, così la pasta del pane,
lavorata da abili panettieri, diventa, nonostante il triplice avvolgimento
della pasta, una sola sostanza.
Dio
è amore e l’amore è relazione che diventa circolarità. In questo amore siamo
immersi per essere anche noi quel pane che Gesù stesso ha scelto per diventare
cibo di vita eterna: “Chi mangia la mia carne e bene il mio sangue avrà la vita
eterna”.
Noi
tutti siamo chiamati ad immergerci nell’amore della santissima Trinità per
essere, come Dio, come il pane, profumo, delizia, cibo che inebria, sazia, dà
vita.
Voi,
fratelli che fate parte delle Confraternite, conservate nella vostra storia e
devozione tanta teologia semplice che si è sviluppata nel corso dei secoli e
che, attraverso il culto che rendete a Dio, nella devozione all’Eucaristia,
alla Madonna, ai santi, coltivate con amore e determinazione.
Cercate
nei gesti, nei canti e nelle preghiere il vero senso del divino, per non
correre il rischio di lasciarvi assorbire e travolgere solo da formalismi
religiosi e tradizionalismi.
 Le
confraternite nella Chiesa sono state da sempre come le prime comunità
cristiane che avvertivano il bisogno di mettere in atto quella fraternità e
comunione che ha la sua origine nell’insegnamento di Gesù: “Dove sono due o tre
riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Insieme esprimiamo
l’amore trinitario che, come il pane, lievita per essere, pur nella diversità
delle persone, una cosa sola.
Fuori
da questa logica esiste l’individualismo, che, dietro il falso annuncio di bene
per gli altri, ricerca l’affermazione personale, del proprio gruppo. Tutto ciò
che è a scapito dell’uomo, scartato ed emarginato o abbandonato al proprio
destino, è fuori dalla logica dell’amore della Trinità che nel suo amore
circolare avvolge, accoglie, sazia, ridando dignità perduta. L’abito di Dio che
fa riscoprire la gratuità dell’amore non ha prezzo: è l’unica legge che cambia
realmente e radicalmente i cuori, quindi la vita, l’umanità intera.
La
Trinità è incontro, relazione, che lascia la scia del suo profumo in questa
umanità bisognosa di gustare il pane della vita eterna. È il segno della croce
che facciamo all’inizio e alla fine di questa celebrazione che segna la nostra
carne amata dal Padre, condivisa dal Figlio, fecondata dallo Spirito Santo. Lo
stesso segno che le nostre mamme o nonne hanno sempre fatto sull’impasto del
pane.
La
Trinità aiuta gli uomini a costruire strade per camminare insieme; disegnare
rotte sul mare per convergere verso porti e respirare la libertà; costruire
ponti per uomini bisognosi d’incontrarsi, stare insieme e gustare lo stesso
pane.
La
Trinità non è fatta di numeri ma di persone, così come gli uomini non sono
numeri ma persone diverse che insieme formano l’unico vero volto di Dio, perché
tutti siamo stati creati a sua immagine e somiglianza.
Un’umanità
che perde il volto trinitario è destinata a chiudersi nei propri egoismi, nelle
proprie paure. È destinata a morire dietro a scellerate scelte di chi, vendendo
fumo, annebbia la vista, fa perdere la rotta della ragione, naufraga
miseramente.
Carissimi
fratelli e sorelle, tornando nelle vostre case, portate con voi un pane di
Matera, e, quando sarete a tavola, beneditelo con il segno della croce,
baciatelo prima di mangiarlo e gustatelo. Sono certo che penserete alla
santissima Trinità.
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