sabato, 15 Giugno 2024

   
Si è svolta questa
mattina la cerimonia di intitolazione dell’affaccio sui Sassi di via Duomo allo
storico materano Raffaele Giura Longo. 
Alla cerimonia
erano presenti oltre alla moglie, Vincenza Popolizio, e alla figlia del
compianto intellettuale, il Sindaco e l’assessore alla cultura del Comune di
Matera, Raffaello De Ruggieri e Giampaolo D’Andrea, l’Arcivescovo Pino Caiazzo,
il Comandante dell’Arma dei Carabinieri, Samuele Sighinolfi, gli ex sindaci
Angelo Minieri e Nicola Buccico, e numerosi cittadini. 
De Ruggieri, che
di Giura Longo è stato compagno di scuola, ha ricordato proprio il periodo
dell’impegno giovanile, il dibattito che ha animato il dopoguerra e le diverse
opinioni che hanno contribuito a determinare il successo di Matera.
Il ricordo
dell’esperienza culturale e politica di Giura Longo è stato tracciato da un
intervento dell’assessore Giampaolo D’Andrea che ha messo in evidenza
l’anticonformismo mai banale dello storico materano, capace di trasportare, sul
terreno della politica, la sua competenza storica, riuscendo ad essere un punto
di riferimento per il suo territorio.
Al termine della
cerimonia, la scopertura della targa che campeggia sul muro della balconata di
via Duomo in uno dei luoghi più frequentati dai turisti. 
 
Di seguito l’intervento
dell’assessore alla Cultura del Comune Giampaolo D’Andrea:
 Eccellenza reverendissima, autorità, signore,
signori, ringrazio per il grande onore riservatomi di ricordare  l’amico e collega Lello Giura Longo, in
questo giorno particolare nel quale, come ha appena detto il nostro Sindaco, la
Sua città, a dieci anni dalla prematura conclusione dell’esistenza terrena, ne
scolpisce il nome, a perenne memoria, per segnalare il valore dell’uomo, dello
studioso, del rappresentante politico ed esprimerGli la sua più viva
gratitudine per lo straordinario contributo offerto in tanti anni di feconda
attività.
 
 
 Intellettuale di prim’ordine, animatore e voce
autorevole del dibattito storiografico 
anche da parlamentare ha saputo sposare l’impegno civile in
rappresentanza e in favore della sua terra, con lo studio attento ed
approfondito dei suoi problemi, come 
emerge con nettezza dai saggi, dalle note e dagli articoli pubblicati in
un cinquantennio di  attività
nell’insegnamento universitario , nella vita e nella guida di prestigiose
istituzioni culturali come la nostra deputazione di storia patria, nella
partecipazione a convegni, seminari, incontri di studio. Aveva l’abitudine di
prepararsi scrupolosamente a tutti gli appuntamenti culturali, come testimonia
la massa di appunti manoscritti, schede e 
annotazioni raccolte nel ricchissimo archivio riordinato grazie
all’amore ed alla passione della moglie Vincenza Popolizio, della figlia Maria
e del prof. Angelo Bianchi. Materiali che utilizzava anche a supporto
dell’attività propriamente politica, che spesso interagiva virtuosamente con la
riflessione storiografica.
  .
   Lo dimostrano le tantissime pagine da Lui
dedicate proprio ai Sassi, dallo svuotamento del dopoguerra alle ipotesi di
recupero della seconda metà degli anni settanta, al  dibattito 
alimentato da visioni diverse, contrapposte, spesso non componibili.
Conflitti tra visioni differenti del futuro della città, del rapporto tra
insediamenti umani e vita urbana, spesso trasversali alle forze politiche.
 Soleva citare 
l’invito perentorio di Alfonso Gatto (1951 ) a “togliere ai Sassi la
loro cronica ed inguaribile monumentalità”, così come stigmatizzava la tendenza
a descrivere i Sassi  “come la sede
storica ed ideale di una comunità saggia e felice,in grado di utilizzare sapientemente
e da tempo immemorabile le caratteristiche della Murgia trasformata in una
specie di paradiso terrestre,in cui le fogne a cielo aperto per lo scolo delle
acque luride non erano altro che ameni ruscelletti, la mortalità infantile non
costituiva un problema ed il tracoma era scambiato probabilmente con un fiore”
(conclusione Per Matera si cambia, 2018)
 Con lucidità 
in uno scritto del 2002, a dieci anni dall’inclusione nella speciale
lista dell’UNESCO, parlava di
 
<<due modi
di intendere l’originalità dei Sassi: uno artificioso e retorico, immaginifico,
fermo e feticistico; l’altro, invece, più complesso e reale, che riesce a dare
il senso della comunità anche nel presente e nel futuro, cioè non solo per il
passato, ma anche nell’azione di recupero intrapresa che diventa per ciò stesso
parte integrante della storia dei Sassi[1]>>
 
Un pensiero che
aveva evidentemente ispirato anche la sua diretta partecipazione prima al
concorso internazionale e poi all’elaborazione delle nuova legge speciale, che
dovevano spianare la strada al riconoscimento dell’UNESCO.
 
Allargando lo
sguardo alla storia regionale più recente 
– ancora nelle conclusioni della citata 
nuova edizione della Breve storia della città di Matera-  rilevava che i processi di accelerazione più
consistenti avevano innestato nella realtà regionale “elementi di una
trasformazione profonda e non effimera”, che avevano “colto di sorpresa il
vecchio mondo organizzato della società lucana”. Esprimeva la convinzione che
la società locale stesse “ormai superando le vecchie caratteristiche del
ristagno,dell’immobilismo e delle chiusure autosufficienti ed autarchiche” e si
augurava “che la consapevolezza del rinnovamento” divenisse “opinione diffusa e
incentivo a proseguire”.
Da quelle
affermazioni  traspariva il convincimento
che si era consolidato progressivamente in lui anche nel confronto dialettico
tra l’agire politico e la riflessione culturale, che spiegava insufficienze,
inerzie e resistenze , ma non bastava talvolta a sconfiggerle e a superarle,
come aveva potuto vedere da vicino durante la sua esperienza parlamentare , tre
legislature dal 1976 al 1987, in una fase assai particolare della vita politica
del Paese, che forse solo ora cominciamo a ricontestualizzare storicamente.
Dall’immediata vigilia della solidarietà nazionale, che precede di pochissimo
l’assassinio di Aldo Moro, uno spartiacque nella vita del Paese, indicativo di
una profonda sofferenza della vita democratica non solo italiana,  alla fine degli anni Ottanta, a partire dai
quali la sua azione politica continuò in forme nuove.  Furono, quelli anni nei quali, esaurita
l’esperienza della solidarietà nazionale, il PCI tornava all’ opposizione
alternativa,  guidata ancora per pochi
anni  da Enrico Berlinguer, prima della
sua repentina e commovente scomparsa.
 Veniva da un’esperienza iniziale di Azione
Cattolica, ove aveva maturato la sua sensibilità  all’ l’impegno civile, e non ne faceva
mistero; così come non mancava di sottolineare le ragioni che lo tenevano
distante dalle forme storiche prevalenti del cattolicesimo politico di quegli
anni (leggasi Democrazia cristiana). Esperienze che gli consentirono di
scrivere un saggio  interessantissimo
sulla sinistra cattolica, in cui dimostra, una volta di più, di essere uno
storico di razza, per  aver intuito  prima di altri che la  questione democristiana aveva una durata
giocoforza limitata, mentre quella cattolica passava  attraverso la storia del  nostro paese, ben prima del secondo
dopoguerra e  finanche del periodo
risorgimentale, caratterizzando segnatamente in profondità anche le vicende
lucane e meridionali.
   Del tema complesso relativo al ruolo del
clero nell’economia regionale, del resto, si era occupato fin dal saggio
intitolato Borghesia rurale e vita economica a Matera all’inizio della
dominazione borbonica[2], il suo contributo
alle celebrazioni del primo centenario dell’Unità d’Italia.
   Forse proprio per le particolari
caratteristiche della sua biografia intellettuale seppe districarsi senza
disagio tra vecchia e nuova storiografia, riuscendo a proporre nel tempo importanti
elementi di revisione interpretativa su temi tutt’affatto neutri.
   Si pensi all’influenza  della cosiddetta scienza nuova o delle
vicende del 1799 nella vita del Mezzogiorno o a quella, altrettanto importante,
della presenza napoleonica al Nord. L’importanza dell’una e dell’altro erano
state a lungo sottovalutate a causa anche di una prevalente lettura
nazionalista, e, di conseguenza, antifrancese o come prodotto esclusivamente
borghese, con tutto quello che ne conseguiva nella prospettiva marxista. Da
questo punto di vista, G. L. fu persino in anticipo sui maestri con cui si
relazionava nel rivalutare in positivo l’illuminismo e gli effetti della
Rivoluzione francese nel Mezzogiorno, 
utilizzando soprattutto la lezione di Pasquale Villani, che insegnava
con lui presso l’Università di Bari, da un lato quanto al lascito del
riformismo,  al valore della rivoluzione
partenopea ed alle cause strutturali del suo insuccesso e dall’altro alla
distinzione tra feudalità e nobiltà», 
non conosciuta nella realtà del Nord Italia, dove viene presto a mancare
la prima, sopravvissuta invece al Sud almeno fino al 1806 nella forma e per
molti decenni ancora  nella sostanza.
   Conseguenza di questa visione distorta era,
secondo lui, la supposta, e, 
assolutamente fallace,  tesi della
non esistenza al Sud della borghesia: un errore clamoroso.
   La borghesia meridionale, infatti, è
cresciuta  «all’ombra del feudo» come ha
scritto in uno dei suoi  migliori saggi,
(ovvero il contributo alla  laterziana Storia[1] 
della Basilicata) in cui parla «dell’incerta e difficoltosa ascesa della
borghesia rurale nel periodo feudale», dove cita proprio l’intraprendenza, per
tanti versi borghese, del più celebre feudatario di Matera. Il conte
Tramontano, infatti, non era affatto un mero riscossore di gabelle, ma un vero
promotore finanziario, come si direbbe oggi. Organizzatore cioè degli
investimenti delle risorse finanziarie provenienti dal l’imposizione fiscale
nel viceregno.
.
 E’ suo merito incontrovertibile aver
contribuito a correggere profondamente la visione tradizionale di una storia
meridionale statica, sempre uguale a se stessa, fornendoci un quadro più mosso,
articolato, dinamico. E applicava lo stesso metodo di lettura sia che si
occupasse di Quattrocento, sia che si occupasse dell’Età Contemporanea: come
quando, ad esempio, affermava come il vero problema del dopoguerra non fosse la
strategia delle lotte contadine o la risposta riformatrice, ma  la incapacità di risolvere in maniera
ragionevole il conflitto tra città e campagna. Per lui la vera debolezza del
Mezzogiorno consisteva infatti  piuttosto
nella mancata integrazione tra, la città e la campagna, provata dallo squallore
del suburbio di Napoli e per tanti versi anche di Bari. Così, in uno dei  saggi scritti per le celebrazioni del
bicentenario di Potenza Capoluogo, arrivava 
a sostenere  che essa avesse
rappresentato, a fine ottocento, un modello non solo recuperabile, ma «persino
esportabile di integrazione tra mondo rurale e mondo urbano», in cui i
contadini, finito il lavoro nei campi, rientravano in città. Nelle stesse
pagine in cui respingeva la deriva leviana, 
sottolineava come Scotellaro non volesse la contemplazione del mondo
contadino, ma, al contrario, un vero e profondo cambiamento della condizione
dei contadini. Se non proprio una rivoluzione, quindi, almeno un riformismo
radicale.
 
   Attraverso il semplice elenco dei titoli
della sua produzione per così dire minore, più che in quella maggiore,(nella
quale prevalgono, sin dai titoli, le esigenze editoriali), è possibile
ricostruire le varie tappe tematiche del suo percorso storiografico  e, allo stesso tempo, il messaggio,
l’interpretazione che sempre dava degli eventi che descriveva o, ancora, delle
scelte che faceva.
Ripeteva con Nitti
che “l’imparzialità non esiste nemmeno per gli storici”, “a uno storico si può
chiedere di essere onesto, ma non si può pretendere che sia imparziale”, perchè
“lo storico è un uomo che ha i sentimenti, le passioni, le idee del suo tempo; giudicando
i fatti del passato, giudica, anche senza volere, i fatti del presente”.
Lo stesso poteva
dirsi per il politico. “Nessun uomo politico può essere mai completamente
imparziale e forse nemmeno sereno nei suoi giudizi. L’uomo politico è sempre un
combattente che deve amare e odiare. Più un uomo politico ha combattuto ed è
combattivo e meno può essere sereno. Egli ha sempre nell’anima ferite che
nemmeno il tempo rimargina”. E lui stesso si considerava un combattente.
   
   Sempre aperto al dialogo, non aveva un
approccio ideologico alla realtà, non si chiudeva mai in un convincimento
tetragono; si apriva volentieri al confronto e talvolta ti convinceva, talvolta
si convinceva. Molto di rado ognuno rimaneva sulle sue posizioni di partenza.
.Amava molto la
sua città.Matera era per lui non un mero riferimento anagrafico, era la sua
vita.
   La sua era una materanità non provinciale,
non chiusa, ma aperta al mondo. In grado di guardare a un orizzonte più vasto,
tanto nelle tematiche quanto nelle relazioni. Un aspetto questo fondamentale
per la comprensione di questa poliedrica personalità a cui rendiamo omaggio e
che oggi restituiamo alla memoria della 
Sua città, come si conviene per uno dei cittadini più illustri.

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