domenica, 21 Luglio 2024

Ginosa, Germania, Olanda e, infine, Ginosa Marina: Rosario Volpe, per lavoro, ha fatto una gavetta non indifferente tra gelaterie e ristoranti tedeschi. All’inizio ha fatto anche esperienza in un macello in Olanda ma era costretto ad alzarsi ogni mattina alle 3 e fare due ore di viaggio. Così, decise di cambiare lavoro. Dopo tredici anni trascorsi in Germania ha scelto di rientrare in Italia, tappa Ginosa Marina. Al seguito, questa volta, la moglie Penelope – che, originaria di Nardò, è cresciuta in Germania – e i figli.

Da qui inizia un percorso spesso tortuoso che alla fine lo ha portato a gestire “Il rifugio della Volpe”, una macelleria braceria di tendenza nella zona.

“Quando abbiamo preso la decisione di tornare in Italia eravamo convinti che fosse cambiato qualcosa. Invece, abbiamo fatto quasi otto anni di passione, mi sono ritrovato non dico dalle stelle alle stalle ma sono andati vicino. Avevo aperto un’attività a Ginosa, una macelleria rosticceria, quando era tradizione fare carne arrosto. Per colpa di qualche collega ebbi alcuni controlli dei NAS, non avevo i permessi per la somministrazione e decisi di vendere l’attività. Volevo tornare in Germania ma non me la sentivo di spostare volevo spostare di nuovo Vittorio, Manuel e Luca, i miei figli”.

Per un breve periodo Rosario lavora in un supermercato ma non si sente gratificato: “Ripartii da Ginosa aprendo una macelleria per la quale ho investito circa 80mila euro. Dopo tre mesi e mezzo cadde il solaio del locale. Per fortuna successe di notte. Quando arrivai la mattina mi trovai senza lavoro, pieno di debiti. Secondo mia moglie avremmo dovuto tornare in Germania. Io, però, avevo già visto questo locale e andai dal proprietario pregandolo di darmelo”.

“Il rifugio della Volpe” è nato così: “Anche se è un lavoro molto duro, d’estate no stop e negli altri periodi 16-18 ore al giorno, ho assicurato un futuro ai miei figli”.

In primo piano anche prodotti lucani – carne, salumi e formaggi –, angus ed entrecote sono ovviamente importati.

Gli scossoni della pandemia si sono avvertiti: “Non tanto i primi tempi – spiega – perché abbiamo lavorato molto al banco, sull’asporto, quando dopo, con la chiusura definitiva e nessun aiuto, neanche di fronte alla richiesta di pagare un fitto più basso”.

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