venerdì, 31 Maggio 2024


In caso di infarto ogni
minuto conta, letteralmente. E molto più di quanto si supponesse in passato:
nuovi dati discussi oggi a Matera durante il convegno di presentazione della
campagna nazionale sulla gestione dell’infarto ‘Ogni minuto conta’, dimostrano
che non deve più esistere il limite ‘golden hour’ di 120 minuti, ormai
superato, perché la tempestività dell’intervento medico è ancora più essenziale
del previsto, e perché per ogni 10 minuti di ritardo si registra un 3%
addizionale di mortalità.

La nuova campagna, voluta
da “Il Cuore Siamo Noi – Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus”, con
il patrocinio della Società Italiana di Cardiologia, sarà l’occasione per
sottolineare l’importanza delle due strategie principali per accorciare i tempi
di accesso all’angioplastica con stent, intervento indispensabile per riaprire
le coronarie colpite da infarto: da un lato infatti i cittadini devono imparare
a riconoscere subito i segni tipici dell’infarto (come il dolore costrittivo
retrosternale), dall’altra i soccorsi devono ridurre ogni possibile ritardo
avendo a disposizione mezzi equipaggiati con un elettrocardiografo per fare
diagnosi immediata, garantendo il trasferimento nel più breve tempo possibile a
centri con un laboratorio di emodinamica o, se il paziente arriva in un
ospedale dove può essere sottoposto ad angioplastica, non facendolo passare
dall’accettazione di Pronto Soccorso ma andando direttamente in sala di
emodinamica, come fosse un ‘fast track’ in aeroporto, risparmiando solo qui circa
20 minuti. 

Quando la diagnosi di
infarto viene effettuata prima che il paziente si ricovera in ospedale
(diagnosi pre-ospedaliera basata sui sintomi e sull’elettrocardiogramma),
l’attivazione immediata del laboratorio di emodinamica non solo riduce il
ritardo del trattamento, ma riduce anche la mortalità. L’incontro si è svolto
oggi a Matera al Teatro “E.R. Duini” alla presenta delle autorità cittadine e
regionali.

“Sappiamo già che la
rapidità dei soccorsi in caso di infarto è indispensabile – spiega Francesco
Romeo, direttore della cattedra e scuola di specializzazione in cardiologia
Università Tor Vergata di Roma, e presidente de Il Cuore Siamo Noi – Fondazione
Italiana Cuore e Circolazione Onlus. 

È noto da anni, per
esempio, che un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può
addirittura quadruplicare la mortalità dei pazienti. Gli ultimi studi clinici,
che ormai coinvolgono migliaia di pazienti, hanno dimostrato però che non
esiste in realtà un ‘tempo soglia’ che permetta di discriminare tra intervento
tempestivo o meno, ma che la prognosi del paziente peggiora in maniera continua
all’aumentare del ritardo nel trattamento. 

Per questo ‘ogni minuto
conta’ e nuovi dati mostrano che questo è ancor più vero soprattutto in quei
pazienti che si presentano in condizioni gravissime, con perdita di coscienza:
in questi casi, nei quali la mortalità purtroppo è ancora oggi del 50-70 %
anziché di circa il 3% come negli infarti classici, per ogni ritardo di 10
minuti nel trattamento si registrano ben tre morti in più su 100 pazienti
trattati”. 

“Tuttavia – aggiunge Ciro
Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia e direttore della
Cardiologia- Emodinamica ed UTIC dell’Università Magna Grecia di Catanzaro –
anche fra i pazienti che arrivano in Pronto Soccorso in condizioni più stabili
il ritardo ha un impatto negativo, seppure leggermente inferiore. 

Perdere tempo in caso di
infarto, quindi, provoca sempre un inaccettabile aumento della mortalità: più
si indugia maggiore è la quantità di muscolo cardiaco che viene perso e
sostituito da tessuto fibroso, non contrattile, con importanti conseguenze nella
qualità di vita del paziente. Il tempo è muscolo. 

In caso di infarto –
aggiunge Indolfi – è essenziale accedere quanto prima all’angioplastica
primaria, un intervento mini-invasivo con cui si ‘libera’ l’arteria
responsabile dell’infarto e si posiziona uno stent che mantiene aperto il vaso
malato. 

In Italia si effettuano
ogni anno 158.689 angioplastiche coronariche e 37.135 angioplastiche primarie,
un valore che ha permesso di superare il tetto delle 600 angioplastiche
primarie/1.000.000 abitanti definito standard di qualità̀ europeo (609
pPCI/1.000.000 abitanti). 

Tutte le linee guida più
recenti della Società Europea di Cardiologia sottolineano che l’angioplastica è
l’intervento di prima scelta dell’infarto STEMI e soprattutto che i ritardi
nell’accesso sono l’indice più rilevante della qualità di cura”. 

“C’è un ritardo dovuto al
paziente e uno al sistema dell’emergenza – prosegue Romeo –. L’obiettivo della
campagna di informazione e sensibilizzazione ‘Ogni minuto conta’ è proprio
quello di ridurre al minimo entrambi. Dobbiamo far sì che chiunque sappia
riconoscere i segni più e meno noti dell’infarto: un dolore oppressivo al
centro del petto, che duri oltre 20 minuti, sia insorto a riposo e in alcuni
casi irradiato al braccio sinistro o alla mandibola rappresenta la
manifestazione più tipica, ma spesso l’attacco cardiaco si presenta in maniera
più subdola, come un dolore addominale o nella parte posteriore del torace mai
avvertito prima, senza dolore ma con insorgenza improvvisa di affanno a riposo,
con uno svenimento o in tanti altri modi. 

In queste situazioni, più
difficili da individuare, è bene che il paziente, preoccupato dal persistere
dei sintomi, chiami quanto prima i soccorsi o si rechi al Pronto Soccorso più
vicino per escludere la presenza di infarto. Dal momento del primo contatto con
i medici occorre poi ridurre i ritardi dovuti alla gestione dell’emergenza: le
linee guida indicano che la diagnosi di infarto deve essere fatta in meno di 10
minuti”. 

È perciò essenziale che i
mezzi di soccorso abbiano a bordo un elettrocardiogramma e che i centri non
dotati di una sala di emodinamica per le angioplastiche possano garantire un
trasferimento il più rapido possibile a un centro dove possa essere effettuato
l’intervento. 

“Se ciò non è possibile
si inizia con la trombolisi, ma deve essere garantito un trasferimento quanto
prima. Infine, nei centri dotati di emodinamica il paziente con infarto va
portato direttamente in sala di Emodinamica, senza passare dal dipartimento di
Emergenza: questa strategia permette di risparmiare ben 20 minuti durante la
gestione del paziente. E i tempi di trattamento si abbassano ancora se il
cardiologo per l’angioplastica primaria si trova già in ospedale, anche di
notte, evitando quindi la chiamata in reperibilità che è alla base di ulteriori
ritardi di trattamento”, conclude Romeo.

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