Oggi tossisco in cantiere. Ieri a causa del forte vento mi sono raffreddata.

Sapete che significa tossire nelle Marche in questo periodo? Significa brutti sguardi, circospezione, falsi sorrisi. Quei sorrisi di chi è combattuto tra l’inconscia paura di morire al primo tuo colpo di tosse, dettata dall’istinto ancestrale di sopravvivenza, e quella razionalità stanca che sta sempre indietro e arranca sussurrando piano: ma davvero davvero hai paura di un colpo di tosse dato all’aperto da una meridionale incontaminata?!

Tutto ciò mi genera una sorta di brivido continuo, quello di mettere alla prova tutti, passanti compresi.

I lavoratori di questo cantiere mi pare siano filosofi del vivere alla giornata e scambiamo qualche battuta qua e là, mentre io tossisco fuori dal gomito (8 mi terrebbe i batteri sempre accanto), voltandomi dall’altro lato se deserto per oltre due metri.

Una cosa è certa, non morirò, almeno non per la tosse, né morirà nessuno accanto a me. Se mi becco il virus, mi immunizzerò e mi metterò a fare l’highlander della situazione in mezzo ai lazzaretti presunti di contagiati o spaventati dal contagio.

Mentre ero in cantiere mi è venuto da pensare ovviamente alla peste nera del Medioevo, come fanno un po’ tutti adesso, per quel senso del drammatico che affonda le radici nella storia antica alla quale guardiamo solo per ricercare tragedie comuni, ansie e pathos.

A partire dal 1347 la peste si diffuse nel mondo partendo dalla Cina. Ecco come ora!

Si diffuse per mezzo di ratti e pulci venute sui barconi: ecco come oggi maledetti barconi pieni di ratti e sporcizia!

E veniamo dunque al contagio: oltre 20 milioni di morti in tutta Europa, circa un terzo della popolazione allora nel continente. Ecco moriremo tutti, ora come allora!

L’archeologia, che ha oggi il supporto preziosissimo della biologia, di recente ha però capito che il ceppo originario del virus, nonché l’unico, ha le sue origini più antiche finora scoperte in Russia. Scagionati i cinesi.

Inoltre, grazie ad analisi genetiche eseguite congiuntamente da un laboratorio italiano di Ferrara e uno di Oslo, è stato possibile sperimentare, con modelli ripetitivi, che il virus trovò fertile diffusione attraverso i pidocchi e le pulci dell’uomo, quindi ha l’origine di diffusione umana. E alla fine i pidocchi neppure saltano di testa in testa, c’è bisogno di un contatto di vestititi, pettini, cose così che non scambi tutti i giorni con gli sbarcati nei porti. Scagionati i barconi.

La nostra vita però è in pericolo realmente!

Invece no, non moriremo tutti, potremmo prendere una polmonite in forma più o meno grave secondo i casi. La peste nera, o peste bubbonica, ingrossava i linfonodi, generava tumefazioni sul corpo dovute all’avanzare del batterio fino al flusso sanguigno (da qui nera per l’aspetto dei malati), culminando poi in emboli polmonari che causavano la morte.

Questa nostra “nuova peste” in realtà è un’influenza acuta molto contagiosa, che in casi di forte debilitazione immunitaria, può causare la morte. È asintomatica all’inizio, perciò è traditrice, ma leggo da fonti ufficiali che prima che i sintomi si presentino sia difficile la trasmissione. L’ho letto proprio ieri sul sito www.salute.org.it, nella conferenza stampa al termine di un vertice internazionale tenuto a Roma.

Ecco dunque che il parallelo perde il suo corpo catastrofico o catastrofista che dir si voglia, che la scienza storica e medica prende il suo posto e il senno si mette nel binario della razionalità più congrua alla dimensione di uomini pensanti.

A tal proposito mi viene anche in mente che al tempo della peste nera taluni ebbero a pensare a una punizione divina, tal altri agli Ebrei o ai musulmani, in una paura patologica del peccato. Qualcuno, astrologia alla mano, imputò il quinquennio nefasto della peste a una congiuntura fin troppo sfavorevole di Giove e Saturno, maledettamente assiali per Simon de Covino. E queste reazioni umane disumane sono forse la similitudine più stringente con i nostri avi medievali.

Insomma non le ragioni mediche o epistemologiche rendono la peste nera e il coronavirus affini, ma piuttosto una lotta primordiale dell’uomo con le ragioni delle proprie paure.

Avere paura è un limite troppo limitante e si deve cercare una logica, anzi meglio un capro espiatorio, più o meno plausibile non importa.

Una volta ho immaginato l’archetipo interiore del mio Eroe, come da poco ho imparato, in un capitano coraggioso con la spada sguainata a combattere temerario contro il male e lui mi ha detto che spesso il coraggio più vero è avere una paura sana che non immobilizza, ma che spinge alla cautela. Era un eccellente consiglio, di un eroismo saggio e profondo che tiene insieme ragione e sentimento.

Ed è qui che torno sempre, alla mia fissa più tenace, ovvero al concedersi il sentimento, anche della paura, senza cedere al panico accogliendo il suggerimento della ragione.

La paura è un sentimento da non disprezzare, perché scatena la prudenza.

Si contiene non abbandonandosi completamente ad essa, non di certo rinnegandola o trovando una ragione su cui scaricarla.

Anche perché, e vale la pena rifletterci un momento essendo del tutto sinceri con noi stessi, ammettiamolo, il nostro attuale spasmodico bisogno di sicurezza, amplificato all’inverosimile in maniera molto strumentale, non si alimenta proprio da quell’allarmismo continuo che ci fa sentire molto più sicuri?

Direi di si.

E non siamo nemmeno nel Medioevo…

– Ciao, come va?

– Ciao, bene, ma tossisco e mi guardano male.

– Beh, è il lavoro al tempo del Coronavirus!

P.S. Aggiungo una piccola postilla di follia umana: la mia tosse fa paura assai stamattina, ma sapeste dalle 8.00 quante auto vanno contromano ignorando i nostri cartelli di cantiere e rischiando un incidente grave pur di non fare 500 metri in più… Ma un vaccino per questo non potremmo cercarlo alacremente?!

È evidente che ci sono paure e paure.

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