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Mons. Caiazzo: “Cambiare i nostri stili di vita per riappropriarci di quel bene comune che significa condivisione, attenzione all’altro. Ritrovare il gusto di essere famiglia capace di spezzare il pane per tutti, soprattutto per i più deboli”

Rivolgendosi ai sacerdoti nell’omelia della Messa di benedizione degli oli sacri, Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Vescovo della Diocesi di Matera-Irsina, ha osservato come “Anche noi siamo stati cercati, chiamati e consacrati da Dio per essere, come Davide, nonostante i nostri limiti, segno del grande amore che Dio ha per tutti, della sua infinita misericordia.”.

In questo tempo nel quale, smarrito ogni senso di umanità, si sente parlare il linguaggio delle armi e del più forte, ci è chiesto di “aiutare i nostri fedeli a ritrovare il gusto di essere fratelli, quindi figli.”

C’è bisogno di cambiare i nostri stili di vita per “riappropriarci di quel bene comune che significa soprattutto condivisione, attenzione all’altro: ritrovare il gusto di essere famiglia capace di spezzare il pane per tutti, soprattutto per i più deboli.”

Ricordando che la Diocesi di Matera-Irsina ospiterà il prossimo settembre il XXVII Congresso Eucaristico Nazionale il Vescovo ha invitato a ritornare al gusto del pane ben sapendo che “la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa”.

Di seguito l’omelia della Messa Crismale 2022:

Carissimi confratelli sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, fedeli tutti,

siamo riuniti in questo Tempio santo dove, nel silenzio dei cuori e delle menti, sta risuonando la Parola di Dio. Parola della quale abbiamo un bisogno enorme per essere illuminati e saper leggere e capire il tempo che stiamo attraversando con non poche difficoltà, tensioni e paure.

  1. Bisogno di silenzio per essere sostegno

Siamo proprio noi sacerdoti che avvertiamo maggiormente il bisogno di silenzio, di stare davanti a Gesù Eucaristia e sentire la forza dello Spirito Santo invocato in modo speciale il giorno dell’ordinazione.

Siamo proprio noi sacerdoti che sentiamo fortemente il bisogno di ritrovare entusiasmo e forza per continuare a servire il popolo a noi affidato, coraggio, compattezza per non farci sconvolgere dagli eventi in atto nel mondo.

Si, abbiamo tanto bisogno della forza e della luce dello Spirito Santo che invochiamo continuamente ogni qualvolta celebriamo i sacramenti e in particolare quello dell’Eucaristia e della Riconciliazione.

Vogliamo invocarlo contemporaneamente tutti su ognuno di noi, ogni giorno. Ogni prete ha bisogno di sentire il sostegno dell’altro.

In questa comunione di preghiera ricordiamo i confratelli sacerdoti che sono nati alla vita eterna: D. Pietro Andriulli, D. Giovanni Punzi e D. Mimmo Spinazzola.

Sono a noi vicini spiritualmente ma impossibilitati a partecipare: Mons. Michele Scandiffio, Don Vincenzo Sozzo, D. Cosimo Papapietro, D. Damianino Fontanarosa, D. Michele Leone, Don Giuseppe Di Dio, D. Mariano Crucinio, D. Egidio Musillo, P. Basilio Gavazzeni e P. Severino Donadoni.

Ringraziamo il Signore per i confratelli che hanno ricordato o ricorderanno il 10° anniversario di sacerdozio (D. Vito Burdo e P. Carlo Basile) e il  25° (D. Gabriel Maizuka, D. Vincenzo Di Lecce, D. Saverio Susai).

Accogliamo tra i Padri Benedettini Olivetani P. Mario Chessa, e le nuove religiose e in particolare la nuova Comunità religiosa “Suore Missionarie di Gesù eterno sacerdote” nella parrocchia di S. Giuseppe Artigiano in Matera.

Nel Salmo che abbiamo pregato viene evocata l’elezione e l’unzione di Davide a re d’Israele, il cui momento centrale è caratterizzato dal v. 21: «Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato; la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza”». In questo momento storico così difficile, mentre si allentano dopo due anni le restrizioni causate dalla pandemia, mentre si oscurano i cieli a causa della guerra in atto in Ucraina da circa due mesi, con la tensione che tutto possa precipitare, è davvero commovente sentire Dio che cerca un servo, capace di accogliere la sua promessa e, di conseguenza, diventare un segno per l’intera umanità che indichi la sua presenza.

Anche noi siamo stati cercati, chiamati e consacrati da Dio per essere, come Davide, nonostante i nostri limiti, le perplessità, le esperienze di peccato che hanno segnato la nostra storia come quella di questo grande Re, segno del grande amore che Dio ha per tutti, della sua infinita misericordia.

Davide è diventato forte e ha trovato il coraggio di lottare contro ogni esercito del male, liberando il suo popolo dalla paura e dalla rassegnazione, sapendo di poter contare su quella forza che non veniva da lui ma dall’unzione scesa dall’alto, da Dio. Nel tempo della tribolazione e della prova, il Re d’Israele ha sempre invocato Dio come Padre, riscoprendosi figlio da Lui amato, sorretto nelle difficoltà, illuminato nelle scelte per non seguire i sentieri dell’idolatria.

Sacerdoti unti, consacrati, amati, per ungere, consacrare, amare, stando accanto, sostenendo, prendendo per mano e accompagnando ognuno dei figli a noi affidati che ci raccontano le loro storie, ci consegnano i loro dolori e le loro sofferenze, ma ci partecipano anche le loro gioie. Storie di uomini e donne, di giovani e ragazzi amplificate dalla paura di un futuro preoccupante e incerto.

E’ in atto una guerra economica che sta scatenando tanta sfiducia: rincari energetici, ricatti anche sull’alimento più importante, il grano, che ci permette di gustare e apprezzare il pane. In questo scenario siamo tutti invitati ad interrogarci seriamente. Siamo precipitati in un clima in cui tutti, a diversi livelli e con responsabilità diverse, sembrano aver smarrito il vero significato di umanità, mettendo da parte Dio, facendo tacere la voce di Gesù Cristo, facendo parlare il linguaggio delle armi, del più forte, del più prepotente. Ci si è anche vestiti di Dio e, sempre più spesso, è stato usato il suo nome, il suo dire, impropriamente pur di giustificare determinati atti di barbarie.

A noi tocca quindi aiutare i nostri fedeli a ritrovare il gusto di essere fratelli, quindi figli.

Risuonano vere e attuali le parole del Venerabile Don Tonino Bello quando diceva: «La Chiesa è un popolo di sacerdoti. Di gente, cioè, destinata a fare comunione, ad allacciare ponti; a costruire intese, a fabbricare solidarietà, ad alimentare convergenze, a incrementare articolazioni organiche, a combattere la disgregazione, a spegnere le rivalità concorrenziali, a scoraggiare le fughe per la tangente dell’egoismo o del calcolo solitario».

Ad ognuno di noi, unti di Spirito Santo, come a Gesù, viene ricordato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. E’ il momento in cui ci viene chiesto, di fronte alla mondialità della crisi a causa della pandemia prima e della guerra ora, di operare e agire insieme, superando lo stile individualistico o gli interessi personali. C’è bisogno di ritrovare fiducia e sicurezza nei diversi ambiti che frequentiamo, cambiando anche stili di vita per riappropriarci di quel bene comune che significa soprattutto condivisione, attenzione all’altro: ritrovare il gusto di essere famiglia capace di spezzare il pane per tutti, soprattutto per i più deboli.

C’è tanta debolezza e fragilità psicologica, ma anche tanta tenerezza e desiderio negli occhi spalancati di bimbi bisognosi di protezione e di fiducia in noi grandi.

Gesù ci chiede oggi, che quanto ascoltato si compia. Abbiamo infatti sentito la descrizione dell’evangelista Luca che dice: «Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». E’ il tempo durante il quale nessuno si deve smarrire. Gli occhi del bambino spesso sono fissi nel vuoto ma vivono l’attesa che tutto cambi.

Noi sacerdoti viviamo e annunciamo sempre l’attesa del Signore che viene soprattutto nel celebrare l’Eucaristia. In questo tempo di Quaresima abbiamo dato un segno di grande comunione e di fraternità, di sinodalità, mostrando il volto della Chiesa Eucaristica attraverso le “Quarantore” vissute per la prima volta contemporaneamente in tutte le comunità parrocchiali. Si avverte il bisogno di ritornare al gusto del pane e non solo perché ci stiamo preparando ad ospitare e celebrare il Congresso Eucaristico Nazionale ma perché sappiamo benissimo che “la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa”.

Per noi presbiteri è bello ma nello stesso tempo tremendo, celebrare l’Eucaristia. L’incontro con Cristo avviene attraverso lo sguardo del fedele verso l’altare e quello di Cristo, attraverso il sacerdote, verso ogni fedele. Da questi sguardi inizia una storia d’amore in cui la Chiesa, in quanto Sposa, sentendosi amata dall’Amato, Cristo Sposo, adora la presenza reale dello Sposo. Storia d’amore che diventa feconda nella misura in cui si coglie e si vive il tutto nel rito che rivela la presenza dello Sposo che genera vita. La Chiesa, attraverso i suoi figli, sta attorno all’altare guardando Cristo che è sempre al centro della comunità.

Il sacerdote non presiede soltanto l’atto di culto, meglio, non è un funzionario del culto, ma agisce e opera in persona Christi che lo ha scelto, chiamato e inviato.

Ogni sacerdote è cosciente che la celebrazione della S. Messa non finisce, anzi non deve terminare con «l’Ite Missa est”. Tutto deve sfociare nella fraternità sacerdotale, nella comunione con il vescovo e il Papa, nella carità operante, concreta, fattiva, che diventa servizio nel piegarsi e lavare i piedi. E’ quanto Gesù ha fatto nell’istituire l’Eucaristia; è esattamente quanto a noi affidato nel celebrare lo stesso memoriale.

L’altare, dunque, è Cristo che, consegnandosi volontariamente sulla croce, ci ha donato la salvezza in quanto sacerdote, altare e vittima. Comprendiamo così il motivo del gesto liturgico di baciare l’altare. Ed è proprio il prefazio che spiega bene che Cristo è altare di se stesso: «Alle sorgenti di Cristo, pietra spirituale, attingiamo il dono del tuo Spirito per essere anche noi altare santo e offerta viva a te gradita…Ti lodiamo e ti benediciamo, Padre Santo, perché il Cristo tuo Figlio nel disegno mirabile del tuo amore ha dato compimento alle molteplici figure antiche nell’unico mistero dell’altare».

          Nella nostra liturgia facciamo due gesti significativi per indicare che Gesù stesso è anche il luogo dove si offre il sacrificio: il bacio iniziale e finale e l’incensazione. Ma c’è di più. Il sacerdote partecipa direttamente alla passione di Cristo. L’altare è stato unto con l’olio del Crisma che rappresenta la solidità di Cristo Pietra viva (Cfr. 1 Pt 2,4; Ef 2,20).

          Nella Nuova Legge, l’altare è la tavola sulla quale si offre il Sacrificio Eucaristico. «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore.

      Chi bacia l’altare, chi sta dietro l’altare e davanti al popolo riunito attorno allo stesso altare è il presbitero che presiede la celebrazione eucaristica. Insieme a tutti i sacerdoti, anche nelle celebrazioni, è lo stesso altare che è Cristo. La venerazione dell’altare, attraverso il bacio e l’incenso, indica una precisa consapevolezza: il sacerdote sa di essere lui stesso – come il maestro che adora in presenza viva – altare, e lo è nella quotidianità per la missione affidatagli. Partendo dall’altare, dopo aver ricevuto la forza, si va nel mondo, camminando attraverso le strade della vita, piene di difficoltà ma anche piene di attese, sorretti dalla certezza di non essere mai soli e dalla speranza che Cristo ci precede sempre.

          «È Cristo stesso, sommo ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza, che, agendo attraverso il ministero dei sacerdoti, offre il sacrificio eucaristico. Ed è ancora lo stesso Cristo, realmente presente sotto le specie del pane e del vino, l’offerta del sacrificio eucaristico”.

          I fedeli che partecipano alla celebrazione eucaristica vengono alla mensa raggiungendo l’altare camminando. Cosa che in questo tempo di pandemia abbiamo dovuto spesso mortificare. Il vero senso è esattamente quello di andare verso l’altare per indicare due cose: andare per nutrirsi di Gesù, cibo di vita eterna, ma anche partecipare allo stesso altare, perché se ora siamo riuniti attorno alla mensa di Cristo, un giorno potremo essere accolti al banchetto della perpetua unità. A questo altare preziosissimo fa riferimento l’Apocalisse là dove si legge: «Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono” (Ap 8,3).

Alla luce di queste sintetiche riflessioni si capisce che ogni sacerdote, sull’esempio di Gesù Cristo, offre se stesso sull’altare. Se è vero che rappresenta il Maestro come sommo sacerdote, è ancora più vero che lo rappresenta come somma vittima. Ogni sacerdote non presiede l’Eucaristia pensando di offrire a Dio Padre solo il pane e il vino perché diventino Corpo e sangue di Gesù ma deve sentirsi offerta gradita allo stesso Padre. E’ esattamente partecipazione sacramentale al sacerdozio di Cristo e al sacrificio della croce. Qui c’è tutto il segreto del sacerdozio ministeriale che si svela ad ogni celebrazione eucaristica che si presiede. «La Chiesa, sposa e ministra di Cristo, adempiendo con lui all’ufficio di sacerdote e vittima, lo offre al Padre e, insieme, offre tutta se stessa con lui”. A maggior ragione vale per il sacerdote. Non a caso proprio durante l’ordinazione il vescovo dice al neo ordinato: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo”.

Giovanni Paolo II, riprendendo l’insegnamento del Vaticano II, così presenta il sacerdozio ministeriale: «I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l’Eucaristia, ne esercitano l’amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per l’annuncio del Vangelo al mondo e per l’edificazione della Chiesa in nome e in persona di Cristo Capo e Pastore. Questo è il modo tipico e proprio con il quale i ministri ordinati partecipano all’unico sacerdozio di Cristo.
Lo Spirito Santo
mediante l’unzione sacramentale dell’Ordine li configura, ad un titolo nuovo e specifico, a Gesù Cristo Capo e Pastore, li conforma ed anima con la sua carità pastorale e li pone nella Chiesa nella condizione autorevole di servi dell’annuncio del Vangelo ad ogni creatura e di servi della pienezza della vita cristiana di tutti i battezzati».

Carissimi confratelli sacerdoti, a me e a voi, prima di tutto, viene chiesto di stare davanti al tabernacolo e poi davanti ai fratelli. Ma nello stesso tempo di stare davanti e con i fratelli per ritornare davanti al tabernacolo e presentare a Gesù, pane disceso dal cielo, la fame e la sete di ognuno di loro attraverso gemiti, lacrime e forti grida.

Solo così le promesse sacerdotali che rinnoveremo fra poco acquisteranno significato. Ancora una volta sentiremo il calore di quelle mani imposte prima dal vescovo e poi dai confratelli sulla nostra testa: lo Spirito Santo continuerà a scendere, mentre torneremo a sentire il profumo di quel crisma che ha impregnato le mani e la testa per parteciparlo a quanti ci sono stati affidati.

La Madonna della Bruna, nostra Madre, unta dallo Spirito Santo, preghi per noi affinchè il profumo di Dio, come quello del pane, si senta tra le strade che percorreremo, e come tanti ostensori del cibo di vita eterna, Gesù Eucaristia, diventiamo processione quotidiana sostando davanti e nelle case per aiutare a far ritornare il gusto della danza perduta.

Ci aiutino in questa stupenda missione i nostri santi protettori, Eustachio, Eufemia e Giovanni da Matera che, nella diversità vocazionale, l’hanno pienamente vissuta in momenti altrettanto difficili.

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