domenica, 21 Luglio 2024



“(…) Forse il vero problema che dovrebbe impedire i lunghi legami è che mentre ieri si progettava insieme, oggi si aspetta distanti.
Con mia moglie ho progettato.
Ma è con l’altra che vivo la condizione dell’attesa, dell’accadrà”.
È bastata una domanda a bruciapelo di Clotilde (“Papà, hai un’altra”?) a provocare una lunga riflessione, un monologo lucido ma a tratti disperato, una presa d’atto spietata per l’io narrante di Interno 11 (Mondadori) di Concita Borrelli.
Un magistrato stimato, sposato a una donna elegante e ancora bella, con due figli grandi e una vita che vista dall’esterno è praticamente perfetta. Invidiabile. Eppure lui, da quando ha accanto “l’altra”, ha un’aria svagata, è distratto, è perso. L’altra è così diversa dalla moglie, è una donna che si è fatta da sé e che vive alla giornata. Lui probabilmente non è neanche combattuto tra la moglie e l’amante; sono complementari: la moglie è il porto sicuro, la certezza di una relazione ventennale scandita da una sorta di ritualità costante, l’“altra” è il rischio, la capacità di reinventarsi, l’ossigeno.
La domanda di Clotilde lo ha messo in crisi, costringendolo a un confronto serrato con sé stesso.
“Un padre non può essere anche un  maschio che è stato giovane e che vuole continuare a esserlo. Una madre, sua madre, è anche una donna che oggi si  ritrae per cederle il passo, le scarpe, la beltà. Un passaggio  di testimone tra lei e la madre. Una guerra aperta tra me e lei perché mi ha perso”.
Quello che avrebbe dovuto essere un esame di coscienza diventa in realtà una sorta di assoluzione piena. L’impossibilità di scegliere, di assumersi responsabilità.
La rievocazione innescata dall’implicita accusa della figlia porta Pietro a ripercorrere le proprie origini e a confrontarle con l’oggi, alternandole alla lucida e spietata osservazione del nostro tempo. Famiglie ai saggi di pianoforte, ragazzine con borse griffate che progettano le estati a Panarea, madri nascoste nei Suv e in sogni pacifici, padri troppo compresi nel ruolo sociale di uomini arrivati.
A intervallare il racconto, le lettere di Marina, una carcerata condannata a trent’anni per aver ucciso il marito. Il magistrato ne accoglie la confessione e in cambio le suggerisce la lettura di un romanzo in cui lei possa rispecchiarsi e trovare conforto: L’amante di Lady Chatterley.
La Borrelli analizza con precisione chirurgica i sentimenti, le passioni, le debolezze umane. Fin dalle prime pagine cattura il lettore trascinandolo nel vortice dei pensieri del magistrato, con uno stile raffinato dà voce e corpo ai suoi tormenti – “(…) Sono un disonesto. Sì. Il punto è che, chi tradisce, il senso di colpa lo sotterra veloce veloce. Scalzato dalla domanda: se io amo, se io ho piacere, se mi è accaduta una cosa così bella, come uscirne? Perché uscirne?”

L’epilogo, poi, è inimmaginabile.

Concita Borrelli è nata ad Avellino. Avvocato, giornalista professionista, autore tv, da vent’anni è impegnata in programmi di successo di Raiuno. Attualmente è autore di “UnoMattina in famiglia” e consulente, anche in video, per “Porta a Porta”. Collabora con il quotidiano “il Messaggero”. Da Mondadori ha pubblicato, nel 2016, Ricordo quasi tutto, biografia a quattro mani di e con Fulco Ruffo di Calabria.
Rossella Montemurro

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