martedì, 23 Luglio 2024

Matera,  funerali dei Vigili del fuoco Nicola Lasalata e Giuseppe Martino. L’omelia di Mons. Caiazzo: “Amore non è più una bella parola, un gesto di benevolenza, ma un agire colmo di umanità: consumarsi pienamente fino alla morte”

Pubblichiamo l'omelia che mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina, ha pronunciato questa sera nel Palazzetto dello Sport, gremito, durante i funerali dei Vigili del fuoco Nicola Lasalata e Giuseppe Martino: Carissimi,...

Oggi vorrei proporvi una riflessione sull’eternità e lo vorrei fare con una poesia di Tagore, poeta indiano.

Tagore nacque a Calcutta il 6 maggio del 1861 da una famiglia appartenente ad un’elevata aristocrazia Premio Nobel per la letteratura nel 1913.

Nel 1902 muore la moglie, nel 1904 la figlia, nel 1907 il figlio più giovane.

Il poeta è affranto dal dolore e scrive composizioni che riflettono il suo stato d’animo.

Dal 1907 al 1910 compone le 157 poesie che saranno pubblicate nella raccolta intitolata Gitanjali.

La poesia è la seguente:

L’aspirante asceta

A mezzanotte l’aspirante asceta annunciò:

questo è il tempo di lasciare la mia casa

e andare in cerca di Dio.

Ah, chi mi trattenne tanto a lungo

In questa illusione?

Dio sussurrò: “Io”

Ma l’uomo aveva le orecchie turate.

Con un bimbo addormentato al suo seno

sua moglie dormiva placidamente

su un lato del letto.

L’uomo disse:

“Chi siete voi che mi avete ingannato

per tanto tempo?”.

Ancora la Voce sussurrò:

“Essi sono Dio”

Ma egli non intese.

Il bimbo pianse nel sonno e si strinse accanto alla madre.

Dio comandò: “Fermati, sciocco, non abbandonare la tua casa”

Ma ancora non udì. Dio disse tristemente sospirando:

“Perché il mio servo mi abbandona

Per andare in cerca di me?”.

La tradizione giudaica immagina che arcangelo Gabriele non riuscì a portare il dono dell’eternità agli uomini perché avevano un piede nel passato, cioè nella nostalgia, e l’atro nel futuro, cioè nell’illusione.

Avete mai riflettuto che a volte è la stessa quotidianità, modesta e apparentemente insignificante, a portare le tracce della chiamata di Dio?

Pensate è la semplicità che ci conduce alla vera sapienza.

Concludo con le belle parole che il re di Massa, Agur, dice nei Proverbi: “Io ti ho chiesto due cose; non negarmele prima che io muoia: allontana da me falsità e menzogna; non darmi né povertà né ricchezza, cibami del pane che mi è necessario, perché, una volta sazio, non ti rinneghi e dica: «Chi è l’Eterno?», oppure, divenuto povero, non rubi e profani il nome del mio DIO.

Nicola Incampo

Responsabile della CEB per l’IRC e per la pastorale scolastica

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