sabato, 13 Luglio 2024

Sono sicuro che tutti voi che mi leggete avete sicuramente letto, almeno una volta, la parabola del “Figliol Prodigo”.

Ogni volta che la leggo mi vengono i brividi.

Ogni volta che la leggo è come “sentire” Gesù che me la racconta.

E con questa convinzione mi sforzo di sentire il respiro di Gesù mentre la racconta.

Mi son chiesto: “Ma Gesù a chi guardava mentre raccontava la parabola?”

Una cosa è certa però: la sua voce era veramente commossa, perché raccontava la tristezza di Dio attraverso lo strazio di un padre che vede il proprio figlio allontanarsi.

Mentre Gesù racconta vedo come la porta di casa rumorosamente si chiude alle spalle, tutti ci sentiamo fuori.

Lontano.

Gesù mi fa vedere come è fuori anche chi protesta di non essersi mai allontanato.

La ragione per cui il fratello minore si é allontanato infatti non é solo la fame di libertà dal padre.

E se invece gli era divenuta insopportabile anche la presenza del fratello maggiore «troppo buono», «troppo bravo»?

Mentre racconta la parabola immagino di sentire ancora l’ultima discussione nella quale il figlio più grande affermava di essere proprietario dell’amore del padre.

Come tanti che ipocritamente presumono di essere proprietari di Dio.

Essi sono puntualmente estranei al dramma dell’altro.

Si scandalizzano e sono irritati dall’imprevedibile e incomprensibile atteggiamento del Padre.

Nel momento in cui il giovane avrebbe voluto saziarsi perfino delle ghiande che mangiavano i maiali, nessuno gliene dava.

«Mi leverò e andrò da mio padre».

Irrompe così la grande avventura. Storia mai finita. Padre Davide Turoldo scatta a questo punto una bellissima fotografia: «Si rimette in piedi, si alza, s’innalza solo e gran­de nella palude. Ritorna ad essere verticale, bene stagliato sulla vasta e desolante palude».

Solo ora emerge final­mente nel giovane la relazione filiale. 

È inutile dire che decisivo é stato osare. Gli dirò: «Padre!»

Questo é il vero scandalo.

Come ha osato fare ritorno! Come ha pronunciato quel nome!

II giovane intuisce che nel cuore del Padre vi é una grande preoccupazione: non quella del male fatto, ma l’infinito desiderio di restituire subito il figlio alla dignità regale.

In un indescrivibile abbraccio benedicente il figlio é introdotto  alla festa con la danza e la musica.

Non é forse questa la festa che riempie i cieli?

Iddio é davvero un Padre che sorprende. Sempre.

Al di la del nostro immaginare.

Oggi il credente in questo periodo di pandemia sente in modo pungente l’interrogativo di Israele nel deserto:

«Ma Dio é in mezzo  noi sì o no?» (Esodo7,7).

La parabola raccontata da Gesù ci offre il cuore del suo messaggio evangelico.

Egli sussurra all’orecchio dell’uomo contemporaneo che solo quando si scoprirà amato, sarà in grado di comprendere la propria colpa.

«Gli si gettò al collo e lo baciò».

Il pianto sorridente del figlio giovane é il riflesso sulla terra del mistero di Dio.

Credere in Dio infatti non é debolezza o infantile bisogno di protezione.

E’ riconoscere che nel perdono si é svelato il mistero dell’Altro.

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.  Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.  Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.  Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.  Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!  Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;  non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.  Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.  Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.  Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi.  Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,  perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze;  chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.  Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo.  Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo.  Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.  Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.  Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;  ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». (Luca 15,11-32)

Nicola Incampo

Responsabile della CEB per l’IRC e per la pastorale scolastica

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