domenica, 14 Luglio 2024

L’acciaio di Taranto declinato in altre forme, perché d’acciaio è anche un atleta dalle origini antichissime e dalla storia suggestiva. Una storia che oggi sta avendo un’enorme eco mediatica grazie al romanzo di Lorenzo Laporta, Ikkos – L’atleta di Taranto (Mandese Editore) che presto diventerà un film. L’autrice Rai e Mediaset Paola Pascolini ha tratto infatti dal libro un soggetto ed una pre-sceneggiatura.

Una storia empatica, personaggi che rimangono impressi al lettore, dialoghi che non si dimenticano, valori positivi: sono questi i segreti del leggendario Ikkos di Laporta, un mito realmente vissuto in riva allo Jonio intorno al 480 a.C. e che trionfa nel Pentathlon alle Olimpiadi. Ikkos vuole essere anche una profonda dichiarazione d’amore nei confronti di Taranto, città dell’autore.

Una bella storia, quella raccontata da Laporta che va di pari passo con il tortuoso percorso che ha preceduto la pubblicazione: Ikkos era scritto troppo bene eppure, per gli editori, mancava qualcosa. Adesso Ikkos è realtà e il suo futuro si prospetta davvero molto luminoso, dal bestseller al colossal.

Laporta, classe’81, scrive dall’età di quindici anni. L’esordio narrativo avviene con Déjà-vu (2003, prefazione di Romano Battaglia) mentre la prima opera poetica, la silloge L’uomo solo (1999, Premio Pirandello) vanta la presentazione del narratore e poeta Roberto Pazzi. Alcune liriche di Laporta sono state pubblicate nell’antologia dei poeti La Vallisa (2000). Grazie a Le parole della pioggia (2008, Premio “Il Molinello” e Premio “Ignazio Ciaia”) ha girato l’Italia in un tour promosso da MySpace. Per Aliberti Editore nel 2010 ha pubblicato Bugia d’amore promosso da De Agostini. Tra i suoi saggi Mi vestirò da angelo. Laura Degan (2011, Editrice Shalom) e Rivelazione della Vergine alle Tre Fontane (2016, Shalom).



 

 

 

INTERVISTA A LORENZO LAPORTA

 
 


Come è nata la trama di Ikkos?

“Anni fa mi trovai, come tanti, al Museo Archeologico Nazionale di Taranto di fronte al sarcofago che conteneva le spoglie di un grande atleta del passato, forse il più grande mai esistito, chiamato “L’Atleta di Taranto” perché privo di identità per la scienza ufficiale. Mi è sembrato un punto di domanda, un uomo ormai privo di parola che mi chiede “Chi sono?”. Ed io ho risposto sulla pagina, emozione dopo pensiero, parola dopo emozione, scrivendone un romanzo e scoprendo che lo spirito di quell’uomo è ancora dentro di noi, nei valori positivi che trasmette”.

Lei aveva da tempo nel cassetto il manoscritto di Ikkos che, per la miopia di una parte del mondo editoriale, soltanto adesso è diventato un libro. Pochi giorni fa sono state poste le basi per un vero e proprio progetto collettivo che contempla anche un film. È la naturale conseguenza di una storia di valore e, soprattutto, un sogno che si avvera. Si sarebbe aspettato, a distanza di anni, tutto questo?

“No, non me lo aspettavo davvero. Sono felice che sia accaduto anche perché mi ha insegnato che non bisogna mai perdere la speranza e che la letteratura ha sempre vita autonoma rispetto ai pensieri dell’autore che l’ha generata, proprio come un figlio della carne”. 
Tra i pregi di Ikkos c’è una ricostruzione storica accurata, la Magna Grecia fa da sfondo al suo libro. Quanto è stato complesso il lavoro di documentazione e ricerca?

“Un paio di anni di studio per poter rappresentare i luoghi, gli oggetti, ma soprattutto il pensiero degli uomini di quell’epoca”. 

Può svelarci qualcosa sulla pellicola dedicata all’atleta di Taranto?

“Non posso dire molto per i motivi che potrete immaginare, ma posso dire che si sta lavorando affinchè possa diventare presto un vero e proprio colossal”. 

Ikkos vuole essere anche un omaggio alla sua Taranto, una sorta di riscatto. Qual è il suo legame con la Città dei due mari?

“E’ vero, è un progetto che punta a sviluppare intorno alla figura dell’Atleta un vero e proprio processo di sviluppo economico. Taranto è la terra che stabilisce la mia sfida e sappiamo che senza una sfida non può esserci nemmeno una vera vittoria. Il presente di questi territori è molto incerto, ma è proprio nel buio che le luci divengono più evidenti. Ed è verso la luce che dobbiamo dirigerci, per rinascere come collettività”.

Rossella Montemurro

 

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