mercoledì, 24 Luglio 2024

A Grassano, all’Istituto tecnico economico Carlo Levi, a settembre non ci sarà il primo anno di corso. Pochi gli iscritti per giustificare il numero minimo per almeno una classe. Il prof. Nicola Incampo, grassanese, autore di testi scolastici e responsabile diocesano per la scuola della Conferenza episcopale della Basilicata, fa il punto sulla situazione.

“In paese si discute su quanto è accaduto, forse non mettendo a fuoco il problema, che non è lo sterile dibattito sui meriti storici di chi ha contribuito a far nascere la scuola. La sostanza è un’altra ed è maledettamente stringente perché relativa alla realtà e agli errori commessi. Serve a poco richiamare il passato mentre si potrebbe scivolare nel baratro.

Questo non è il momento di piangersi addosso e di cadere nella nostalgia, ma di lavorare per fare in modo che nel 2023/24 possano esserci le condizioni per costituire le prime classi. Niente di più deleterio sarebbe dare per scontato che una storia si è chiusa definitivamente, si deve invece capire in che cosa si è sbagliato e impegnarsi per ricominciare su basi diverse. Guardare avanti, questo serve. Non siamo di fronte alla soppressione di una scuola, ma solo al venir meno di una classe. E quindi che cosa fare? Prendere atto che l’attività di orientamento dell’istituto non ha funzionato. Anche alcuni anni fa non c’erano i numeri per formare una classe, ma con il presidente della Provincia e i colleghi ci rivolgemmo al presidente della Regione Basilicata, ammettendo, all’epoca, di non aver fatto quanto dovuto per l’orientamento. Poi le cose andarono diversamente e si costituirono due classi prime dopo un lavoro che mirava a far conoscere la nostra offerta formativa, che fu potenziata durante l’anno scolastico con diverse iniziative. Non possiamo perdere la nostra scuola. Quando si chiude un’istituzione di questo tipo è l’inizio della fine di una comunità e se la scuola perde pezzi, prima o poi, si dovrà dire addio ad altro, ai servizi che potrebbero sfumare a causa di un movimento a catena che provoca chiusure o riduzioni di uffici, banche, trasporti pubblici, imprese. I nostri figli devono restare nei territori di appartenenza e noi adulti dobbiamo impegnarci per consentirlo. Il mio appello è a fare uno sforzo credendo che nulla è ancora perso, devono crederci gli insegnanti dei diversi gradi della scuola, i genitori, la politica. Ricordo a tutti che gli studenti usciti dalla nostra scuola si sono poi distinti sia nelle università italiane che nel campo delle professioni. Non dimentichiamolo. La comunità, magari in maniera non visibile, non vuole privarsi di questa risorsa, perciò non perdiamo la fiducia, cercando di capire che cosa non è andato, ponendo le basi per migliorare e non ritenere al capolinea una grande esperienza.

E poi c’è lo Stato, che deve rendersi finalmente conto della necessità di politiche diverse per le famiglie e per la natalità, per rallentare lo spopolamento delle aree interne, per l’integrazione delle famiglie straniere. Come da più parti emerge, va ridotto il numero di studenti per classe anche per avere più qualità. Una politica nazionale per il sistema locale viene invocata dai piccoli comuni italiani e l’Anci ha stilato addirittura l’“agenda del controesodo” per attenuare le partenze e incentivare l’insediamento di nuove famiglie nei comuni interni che, rispetto ai disagi delle piccole realtà, possono  offrire una migliore qualità della vita”.

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