mercoledì, 24 Luglio 2024

 
“Almarina mi consegna la sua speranza e io sbaglio.

Ma non è che si possa rifiutare. Quando entri qui dentro non puoi rifiutare più nulla, i detenuti di Nisida non ti chiedono il permesso di maltrattarti o accoglierti. C’è stata una ragazza seduta di fronte a me per anni, finché l’età non se l’è portata via a marcire le mestruazioni in chissà quale cella: aveva gli occhi scoppiati delle rane d’inverno. E un’altra, invece, teneva nello sguardo la colpa del suo crimine come un cavallo il suo giogo. I loro reati si dicono in due frasi, quelle che loro non possono pronunciare mai, manco con noi insegnanti. Sono racconti sussurrati in sala professori mentre si scalda il caffè sul fornellino elettrico. E quando la collega di lettere ce li dice, noi ascoltiamo e ci guardiamo senza pena né rabbia né disappunto né orrore né solidarietà né per le vittime né per i carnefici. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle man questa chiave. E dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato stesso alle terrazze”.

È una storia delicata e profonda, Almarina (Einaudi) di Valeria Parrella, narrata in prima persona da Elisabetta Maiorano, cinquantenne insegnante di matematica. I suoi studenti sono i giovani detenuti nel carcere minorile di Nisida. Ed è proprio lì, in quel mondo a parte che priva della libertà, che lei – paradossalmente – si sente libera. Ogni mattina sopporta i controlli, chiude la sua borsa fuori e si dedica completamente a quei ragazzi. Irraggiungibile dall’esterno, ha perso anche le telefonate che l’avvisavano della morte improvvisa di suo marito Antonio.

Adesso Elisabetta è nel carcere che si sente bene, sospendendo il giudizio durante le lezioni a quei ragazzi in cerca, forse, di redenzione. Quando arriva una nuova allieva, Almarina, andando contro ogni regola – non scritta – di istituzioni simili, Elisabetta le si affeziona tanto. Troppo. Almarina è quella figlia mai avuta – neanche entrando nel vortice burocratico delle adozioni -, è un’altra disperata solitudine così smile alla sua. Almarina è una promessa di futuro in un presente schiacciato dalla routine e dal vuoto. Almarina è il calore di una famiglia e non l’illusione di uno sguardo – quello del comandante della Polizia penitenziaria – che indugia un po’ più a lungo su Elisabetta: è un’illusione, appunto, perché lui è sposato, mentre Almarina, nonostante tutto il dolore che ha dentro, potrebbe davvero starle accanto. E lei, Elisabetta, ha una promessa da mantenere: rintracciare quel fratellino dal quale l’hanno separata.

«Vederli andare via è la cosa più difficile, perché: dove andranno. Sono ancora così piccoli, e torneranno da dove sono venuti, e dove sono venuti è il motivo per cui stanno qui».

Con uno stile che, senza soluzione di continuità, alterna passato e presente, ci rendiamo conto che Almarina diventa per Elisabetta quello slancio vitale che la donna, rimasta vedova, aveva perso rannicchiandosi in se stessa.

Il finale è aperto e lascia spazio a qualsiasi interpretazione, in modo particolare perché, come scrive la Parrella: «Tutto ciò che scegliamo si rivelerà sbagliato se saremo tristi, e giusto se saremo felici».

Bello, intenso, poetico e struggente, Almarina è un invito a lasciarsi andare, a osare, a cercare luci anche nel buio più profondo.

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco(2008, 2010 e 2018), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011), Tempo di imparare (2014), la raccolta di racconti Troppa importanza all’amore (2015), Enciclopedia della donna. Aggiornamento(2017) e Almarina (2019). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), ripubblicato da Einaudi nei Super ET nel 2014. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia» e collabora con «Repubblica».
Rossella Montemurro
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