sabato, 20 Luglio 2024

Riceviamo e pubblichiamo da Rossella Ciarfaglia:

Nel 1975 Oriana Fallaci pubblica Lettera a un bambino mai nato. Siamo in pieno dibattito sociale e politico sull’aborto: il Sessantotto è appena trascorso e la legge n. 194 del 1978 sarà, di lì a poco, approvata. Il libro piace (e non piace) sia a destra che a sinistra, sia ai cattolici che ai laici, mentre alcune tra le esponenti politiche più influenti dell’epoca, pur appartenenti a schieramenti diversi, quali Nilde Iotti del PCI e Maria Eletta Martini della DC, ne parleranno nelle loro interviste.

         Tale trasversale popolarità è comprensibile sia per i meriti letterari che per l’impossibilità di identificare una posizione netta, pro o contro, l’aborto all’interno dell’opera. Lo scritto, infatti, in appena cento pagine o poco più, sembra perseguire l’intento di far dubitare il lettore di qualsiasi posizione egli possa avere a riguardo, diventando, più in generale, un dibattito sul senso della vita e sul venire al mondo, sullo scopo della procreazione, sulla posizione della donna all’interno della società e sulla scelta di essere o meno madri.

         Diversi gli interrogativi posti: ha senso mettere al mondo un bambino in una società ingiusta in cui sarà destinato a soffrire? Di quali pregiudizi è vittima una donna non sposata che decide di portare avanti una gravidanza? Di quali limitazioni soffrirà una donna che ha una vita attiva, moderna e che lavora? Quale è davvero l’inizio della vita: lo spermatozoo, l’embrione, il feto o il bambino che poi, probabilmente, da adulto sarà mandato a morire in una guerra in cui è legittimo uccidere un altro uomo? E se vivere, pur soffrendo, sia invece meglio che non nascere mai? Se la vita fosse, in ogni caso, una scommessa da giocarsi? Nessuna di queste domande trova una risposta ferma: a un’argomentazione favorevole o contraria ne segue immediatamente un’altra di segno opposto, e d’altronde, come rispondere in maniera esaustiva ai grandi temi scientifici, esistenziali ed etici su cui l’umanità si interroga costantemente?

         Due aspetti ulteriori meritano inoltre di essere rimarcati: innanzitutto la solitudine della protagonista nel percorso intrapreso, quello di portare avanti la gravidanza, con tutte le incertezze, le difficoltà e i dubbi del caso, fino a non riuscire a conciliare lo stile di vita che le è proprio con le ferree prescrizioni mediche ricevute. A fronte di una responsabilità nei confronti della vita che pare essere collettiva e societaria (se tutti scegliessero di non far figli, l’umanità si estinguerebbe?), la collettività stessa non si fa carico del peso della maternità e lo lascia esclusivamente sulle spalle della madre. Nel romanzo, la donna, che non ha nome (perché può essere ognuna di noi), è inizialmente scoraggiata nella sua scelta di tenere il bambino: il datore di lavoro è subito scontento della notizia ed è pronto ad affidare l’incarico importante destinato a lei a un collega maschio, il padre si dilegua per diversi mesi, la migliore amica le consiglia di sbarazzarsene, il dottore la tratterà diversamente non appena scoprirà che non è sposata. Poi, ad aborto avvenuto, tutti sono lì pronti a processarla e a giudicarla colpevole delle sue mancanze.

         In secondo luogo, altro aspetto dirompente, che contribuisce a confondere le acque circa la posizione favorevole o contraria a proposito dell’aborto, è il modo in cui è raccontato il rapporto madre-figlio. Quest’ultimo pare instaurarsi sin dal momento del concepimento e diventa, nel corso della gestazione, talmente stretto da portare entrambi alla morte (spoiler: la donna non riesce per sua scelta a separarsi dal feto, ormai privo di vita, abbastanza in tempo da evitare una grave setticemia).

         La vicenda, per come è narrata, rimane quindi di grande attualità: anche se oggi la società non fa più distinzione tra signore e signorine (!), ovvero tra sposate e madri single, allo stesso tempo non pare essere in grado di ragionare con la stessa profondità dell’epoca in tema di aborto: più semplicemente, le opinioni si polarizzano fra chi è a favore e chi contro, senza alcuna sfumatura e senza nessuna titubanza. Eppure, se rispetto ad altri temi etici e di liberalizzazione dei costumi, a proposito dei quali il dibattito prima o poi si spegne e si consolida attorno alla posizione dominante (si pensi al divorzio: chi lo mette più in discussione?), sull’aborto la questione pare sempre irrisolta. Perché, in un certo senso, è una di quelle scelte, che come fai sbagli, come fai stai male: è, in altre parole, una scelta tragica per chi è costretto a compierla.

         Con ciò, non vuol dire che va vietato: al contrario, proprio per la sua intrinseca tragicità, la regolamentazione da parte dello Stato è più che necessaria, affinché siano stabiliti casi e modalità, nonché predisposte le adeguate forme di assistenza per chi deve intraprendere tale percorso.

         Ciò che è, invece, aberrante in una società moderna, in cui ormai è diffusa e moralmente accettata la contraccezione, in cui sarebbe possibile un’adeguata educazione sessuale e in cui si dovrebbe garantire a ogni cittadino un sufficiente livello di ricchezza, non parlare più di misure preventive delle gravidanze indesiderate o dover abortire per motivi economici, per poi focalizzare l’intera discussione, a contrapposti altari e in via esclusiva, sull’aborto quale unico metodo risolutivo.

         Sebbene i dati forniti dal Ministero della Salute siano incoraggianti, poiché, lasciano presumere che l’azione dei consultori sia efficace anche rispetto ai casi in cui la richiesta di aborto pervenga per motivi economici e le gravidanze volontariamente interrotte dalle minorenni sono in diminuzione sin dal 2004 e minori in numero rispetto a diversi Paesi europei, si potrebbe profittare molto di più dell’efficacia dell’educazione sessuale: uno studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità, risalente al 2016, ha dimostrato gli effetti di tale insegnamento sui giovani in Finlandia. Curiosamente, il numero di gravidanze indesiderate nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni è aumentato proprio negli anni in cui, per mancanza di fondi, tale materia non era più obbligatoria e ha ripreso a diminuire non appena la stessa è stata reinserita nel programma scolastico.

         Inoltre, parlare di prevenzione, permetterebbe senz’altro di riconciliare le avverse posizioni in tema di aborto e quindi, a diminuirne l’utilizzo da un lato e a non rimetterlo in discussione dall’altro: a livello sociale, si raggiungerebbe così, lo stesso compromesso che le forze politiche seppero trovare, nonostante le posizioni distantissime, nel 1978.

Per un approfondimento dei dati riportati nell’articolo:

https://www.euro.who.int/__data/assets/pdf_file/0010/379045/Sexuality_education_Policy_brief_No_2.pdf

https://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=3103

Rossella Ciarfaglia

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