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Riceviamo e pubblichiamo dal professor Nicola Incampo:

Anni fa, in una scuola elementare australiana, una supplente venne sospesa per avere rivelato ai suoi allievi che Santa Klaus non esiste, e che sono i genitori a portare i regali ai bambini. Un errore ritenuto imperdonabile: non pochi di quei genitori protestarono infuriati, e il Preside si vide costretto a chiedere l’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione. Risultato: da quel momento tutte le scuole avrebbero dovuto attenersi ad una precisa indicazione: spetta ai genitori, e ad essi soltanto, rompere l’incantesimo di Babbo Natale.
La raccomandazione e lo scandalo si reggevano su una teoria molto diffusa, secondo la quale ogni bambino nutrirebbe in sé un originario pensiero magico, prima di precipitare senza paracadute nel mondo reale, dove non ci sono più topolini, fate e folletti a proteggerlo. Ma chi ha autorità per decidere quale sia il momento opportuno per tale passaggio luttuoso?
E’ noto a tutti il Racconto di Natale di Charles Dickens, pubblicato a metà dell’800: se non lo abbiamo letto nelle numerose edizioni per ragazzi, lo abbiamo conosciuto grazie al cartone di Disney (1983). Il racconto della tormentata notte dell’usuraio Scrooge, ammonito dai fantasmi alla vigilia del Natale 1843, «va al di là del semplice recupero di costumi del passato, creando di fatto un nuovo genere letterario, quello del “racconto di Natale” o “di fantasmi”, da narrarsi la sera della Vigilia riuniti in cerchio davanti al focolare”». In esso «la filosofia natalizia dickensiana, sentimentalista e populista, raggiunge la sua più perfetta espressione, con la celebrazione del mistero religioso della nascita, del trionfo della vita».
Ma è questo il Natale? O non è piuttosto l’adattamento di esso alle esigenze educative proprie del capitalismo borghese?
Di certo, esso ha distolto l’attenzione da un fatto che ci interroga ancora oggi, coprendolo sotto la neve, le stelle e le strenne.
La vera questione di quel breve testo è la descrizione dello scontro, o conflitto, tra il pensiero infantile e la censura operata dalle teorie che lo danneggiano e lo ammalano. Fino a quel momento il bambino si applica correttamente alla famiglia, in due modi o momenti: sia con l’attenzione con cui osserva il legame esistente tra i genitori, sia con il trasporto con cui mira a prendervi posto.
Di fronte alla censura impostagli dall’esterno, invece, il pensiero del bambino è “impreparato”.
 E’ questa l’ingenuità, come osserva G.B. Contri: il bambino ha nove vite come i gatti, ma non è pronto a reagire allo scandalo procurato dall’adulto che gli intima di non pensare a certe cose.
Il racconto della nascita a Betlemme riapre i giochi per l’intelletto di ciascuno: che cosa significa Padre e che cosa significa essere figlio? Il caso di Myriam (Maria) di Nazareth, unico nella storia dell’umanità, resta da approfondire perché è rilevante per tutti, credenti e non.

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