In ricordo del Carabiniere Giusto Agnesod: il militare fu ucciso a Irsina il 4 marzo 1944



Riceviamo e pubblichiamo il ricordo del Carabiniere Giusto Agnesod, ucciso a Irsina il 4 marzo 1944, articolo scritto dal Capitano Antonio De Rosa - comandante della Compagnia Carabinieri di Tricarico - e pubblicato sul Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri.

“Ci sono storie che non possono essere dimenticate.
Vite, troppo giovani, spezzate durante l’adempimento del dovere. La storia del Carabiniere Giusto Agnesod è una di queste. Il suo sacrificio, che ha contribuito lustro e prestigio all’Arma dei Carabinieri, merita di essere testimoniato alle future generazioni.
Giusto Agnesod aveva solo 23 anni quando fu ucciso in servizio.
Figlio di Gregorio e Ingler Orfelina, proveniva dal piccolo comune di Lessolo (TO), dove era nato il 13 giugno 1921. Si era arruolato nell’Arma nel 1940, proprio nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, e dopo il periodo di addestramento presso la Legione Allievi Carabinieri di Roma, il 1° dicembre successivo venne assegnato alla Legione Carabinieri di Bologna, partecipando alle operazioni della 206^ Sezione Mista CC.RR., mobilitata in Albania. Il 30 settembre 1943 giunse in forza presso la Legione Territoriale di Bari da cui all’epoca dipendeva la Stazione di Irsina, comune in provincia di Matera.
Era il terzo di 4 figli, tra cui Perfetto e Germano, entrambi carabinieri. Il destino fu nefasto anche per quest’ultimo, morto il 3 giugno 1943 nell’ospedale da campo n.76 di Atene durante le operazioni di guerra svoltesi in territorio greco-albanese alle quali aveva preso parte con il 1° Battaglione Mobilitato CC.RR..
La notte del 4 marzo 1944 Giusto Agnesod era di pattuglia a Irsina. Dall’una alle cinque, insieme al Carabiniere Giuseppe Rubino, doveva vigilare, a piedi, sul territorio di Irsina e, in particolare sulla strada statale 96 che dal paese del Materano conduce a Gravina in Puglia (BA): un’arteria attraversata all’epoca da centinaia di automezzi militari che, come riportato ne La lunga marcia contadina di Giacomo Di Ciocia, da Bari portavano rifornimenti e truppe al fronte alleato. A causa dei numerosi tornanti della 96 e per la mole dei mezzi, questi avevano un’andatura di marcia estremamente lenta, diventando di notte facili prede di giovani che riuscivano, senza difficoltà, a impossessarsimdi parte del carico.
Quella notte, Agnesod e Rubino, dopo aver controllato la succursale del Banco di Napoli - erano stati infatti avvertiti alcuni rumori dall’interno, l’istituto di credito era tra l’altro già stato oggetto di un tentativo di furto nei giorni precedenti - continuarono il giro d’ispezione proprio lungo la statale 96 in direzione di Gravina.
La presenza notturna, costante, dei militari provava così a ostacolare quel gruppo di giovani irsinesi che assaltando i mezzi militari alleati e depredando la privata proprietà era divenuto una reale minaccia per la sicurezza pubblica. È in questo contesto che prese forma l’idea di uccidere uno dei carabinieri in servizio.
All’una e trenta la pattuglia incrociò due irsinesi, Giuseppe Casino e Maria Altieri, che con due traini stavano andando a Matera per prendere della farina destinata alla popolazione. Poco più avanti, i carabinieri controllarono due giovani, poi identificati in Nicola Benedetto e Paolo Dilillo, entrambi irsinesi, che alla loro vista tentarono di spostarsi al lato della strada. Fu allora che Benedetto, per nasconderla, lasciò scivolare ai piedi una pistola illegalmente detenuta.
Un gesto che non sfuggì ai carabinieri. L’arma fu raccolta, e dopo una fugace perquisizione, i due ragazzi furono invitati a seguire i militari in caserma. Il gruppo avanzava con in testa il Carabiniere Agnesod, in mezzo i due fermati, ed in ultimo il Carabiniere Rubino. Percorsi una ventina di metri dal 1° Vicolo Fontana, dove questo fa angolo con il Corso Umberto, sbucò un terzo individuo che si avventò su Agnesod e, dopo una breve colluttazione, lo uccise con un colpo di pistola alla testa sparato a bruciapelo.
I due fermati, intanto, approfittando degli attimi di concitazione, si scagliarono contro Rubino e, sottraendogli l’arma, gli spararono. Fortunatamente la pistola s’inceppò. Anche il Carabiniere Rubino, come Agnesod (“Armato, non ha fatto uso delle armi, non ha ucciso, non ha voluto uccidere, per rispetto sacro della vita, alla vita di giovani traviati, nella speranza di ricondurli alla via del bene. Egli continua così la tradizione della sua Arma Benemerita, tradizione gloriosa dell’eroismo e di sacrificio”, affermò il parroco, don Peppino Arpaia, nell’omelia durante i funerali solenni), non usò l’arma in dotazione, preferendo correre il rischio di essere ucciso per non uccidere; la sua pronta reazione sorprese i tre criminali che fuggirono via.
Rubino corse a chiedere aiuto, prima a Giuseppe Casino e Maria Altieri che - essendo a poca distanza – avevano udito il colpo di pistola, poi al Comandante della locale Stazione dei Carabinieri Reali, il Maresciallo Maggiore Francesco Brignola, che accorse insieme al Vice Brigadiere Marco Ieva, che abitava con la famiglia a poca distanza dal luogo del delitto.
Le indagini per individuare gli autori del grave omicidio scattarono immediatamente.
Furono effettuate - senza risultati - le perquisizioni delle abitazioni dei primi due fermati che però erano fuggiti per evitare la cattura.
Fondamentale fu la testimonianza di Maria Altieri; grazie a lei, infatti, si riuscì a risalire a Vincenzo Armiento e Michele Tricarico che erano stati notati in compagnia di Benedetto e Dilillo pochi istanti prima del controllo dei carabinieri.
Nelle ore successive al delitto venne fermato Armiento: dichiarò di essere scappato alla vista dei carabinieri, rientrando nella propria abitazione, e di non aver assistito né alla perquisizione del Dilillo e del Benedetto né alla successiva aggressione. Armiento ammise inoltre che l’attacco ai carabinieri era un qualcosa che da tempo veniva caldeggiata dai suoi compagni: lamentavano degli sgarbi ricevuti durante la fila innanzi le rivendite di tabacco e mal tolleravano l’attiva vigilanza esercitata in paese dai carabinieri. Già un mese prima, armati, avevano teso loro un agguato nei pressi di “Porta Arenacea”, l’antica porta di accesso al centro storico di Irsina. Un agguato che non si era concretizzato perché la pattuglia a piedi dei carabinieri non giunse “a tiro”. Armiento, infine, confessò di essersi associato con gli altri tre per commettere furti nelle aziende agricole, dagli autocarri militari alleati, un tentativo di furto presso il locale Banco di Napoli, numerose rapine in danno di viaggiatori e contrabbandieri, e altro ancora. L’assassinio suscitò ovunque un’ondata di riprovazione e tutti i comandi Arma della zona si adoperarono con tenacia per arrestare gli autori. La salma del Carabiniere Agnesod fu esposta per più giorni nella Chiesa dell’Addolorata al triste e commosso rimpianto di tutta la popolazione che sfilò in lacrime davanti alla sua bara.
Dopo l’assassinio, indosso al povero carabiniere furono trovati pochi segni di una giovane vita spezzata prima del tempo: un portafoglio di pelle color marrone, con duemila lire, una penna stilografica, un pacco di sigarette popolari con 17 sigarette, un pettine tascabile, un temperino a forma di pesce, una catenina di metallo bianco, qualche bottone e varie fotografie della sua famiglia, che purtroppo non poté più riabbracciare, neanche da morto.
Le manette ai polsi di Vincenzo Armiento scattarono il 7 marzo 1944, mentre gli altri tre componenti del gruppo - sottraendosi all’esecuzione di un mandato di cattura emesso dal Giudice Istruttore di Matera il 17 marzo 1944 - si diedero alla latitanza per le campagne di Borgo Taccone costringendo i vari massari della zona a fornire loro cibo e alloggio, sotto la minaccia di armi. Furono agevolati da un’approfondita conoscenza dei luoghi, terreni e masserie, e dall’appoggio di alcuni familiari. La fuga di Tricarico e Benedetto si concluse il 6 dicembre 1944, quella di Dilillo undici giorni dopo. Tutti e tre vennero trovati in possesso di armi e cavalli rubati. Le indagini stabilirono che a sparare fu Tricarico.
Sbucato improvvisamente da un vicolo laterale, aggredì Agnesod allo scopo di disarmarlo e liberare i compagni fermati qualche istante prima, mordendolo selvaggiamente al dito; nella colluttazione seguitane, gli sparò un colpo di pistola a bruciapelo, provocandone la  morte istantanea. Pur non avendo potuto il Carabiniere Rubino – unico teste presente al fatto – individuare l’omicida, deposero in tal senso una sensata serie di circostanze, prima fra tutte la chiamata in correità di Dilillo dopo la cattura, che non apparve in nessun modo sospettabile ed inficiabile, partendo da un fido compagno di furfanterie, sia nel periodo anteriore al delitto sia nel successivo periodo di comune latitanza.
Il 3 settembre 1946 la Corte di Assise di Potenza dichiarò i tre colpevoli dell’omicidio aggravato del giovane carabiniere e di vari episodi di furto continuato e rapina, condannando Tricarico alla pena di anni trenta di reclusione, mentre Nicola Benedetto e Dilillo alla pena di anni ventidue e mesi otto di reclusione.
Dall’omicidio venne, invece, prosciolto Armiento che riportò soltanto una condanna per furto.
Nella piccola comunità irsinese è ancora vivo il ricordo di Agnesod: nel 1981 l’Amministrazione comunale gli ha intitolato una strada cittadina. I suoi resti mortali sono riposti in un piccolo sacrario militare realizzato nel cimitero comunale”.
Antonio De Rosa

 

Di seguito l’orazione funebre pronunciata dal parroco Don Peppino Arpaia nella Cattedrale di Irsina in occasione dei funerali del carabiniere Giusto Agnesod.

“Irsina ha lavato col pianto l’onta di quest’esecrante delitto. Quest’immensa folla, che circonda il feretro e suffraga con la preghiera l’anima benedetta, è la manifestazione più viva della sua esecrazione ed indignazione.
Da ieri tutti i volti hanno lagrime, tutti i cuori hanno palpiti di commossa pietà verso questo milite, vittima immacolata del dovere. Si, il carabiniere Giusto Agnesod, è vittima senza macchia del dovere. Dovere compiuto con la più coscienziosa scrupolosità.
Armato, non ha fatto uso delle armi, non ha ucciso, non ha voluto uccidere, per rispetto sacro della vita, alla vita di giovani traviati, nella speranza di ricondurli alla via del bene.
Egli continua così la tradizione della sua Arma Benemerita, tradizione gloriosa dell’eroismo e di sacrificio.
Il carabiniere italiano non è un poliziotto, né un gendarme. Pura espressione dell’anima nazionale il carabiniere italiano, istituzione unica, vanto della nostra Patria, è plasmato d’umanità e di saggezza, di prudenza e di bontà, d’eroismo e di sacrificio. Fior fiore della gioventù italica, i carabinieri compiono nel decoro dell’onorata divisa, nella compostezza del loro tratto, un’opera d’educazione, costituiscono una scuola di gentilezza e di civiltà.
Una mano omicida e sacrilega ha stroncato questa giovinezza degna dell’arma Benemerita, ha reciso un fiore di questo giardino di virtù e d’elezione, ha spento la vita di quest’eroe, che per non uccidere è stato ucciso.
Fra i carabinieri della nostra stazione, tutti cari figlioli, il carabiniere Agnesod attraeva l’attenzione per una nota particolare di sensibilità del suo carattere.
Io lo ricordo, ricordo di averlo osservato un giorno mentre regolava la fila delle donne dinanzi ad una rivendita di sale. Mi colpì il riguardo che egli aveva verso le donne: un contegno formato di bontà condiscendente e rispettosa, e lo vidi guidare amorevolmente una bambina in mezzo alla folla con sentimento di paterna protezione.
E’ in quest’atto d’amore e di bontà gentile che il carabiniere Agnesod mi si presenterà sempre nel ricordo, unito a quella tenera nostra bambina innocente, protetta e guidata dalla sua mano forte.
Miei cari concittadini, da ieri, dalla prima notizia del nefando delitto, un’immagine mi perseguita e mi stringe il cuore: l’immagine della povera mamma di questo carabiniere ucciso.
Dove – domanderà questa madre desolata – dove hanno ucciso il mio Giusto?
A Irsina, le risponderanno, non combattendo di fronte al nemico, ma per mano fraterna.
Chi potrà cancellare nel cuore di questa povera donna l’immagine, l’impressione che Irsina sia un covo di belve? Che gli irsinesi siano un popolo senza fede e senza pietà?
Ahi questo e ciò che punge maggiormente il mio sentimento di cittadino d’Irsina.
Non desolata mamma lontana, no cari militi, che oggi piangete il vostro compagno. Il delitto di pochi facinorosi traviati non deve macchiare il nome di questa città, dove la bontà, la civiltà l’ordine ha un’antica tradizione. Vedete questo tempio magnifico, vedete il nostro campanile millenario, le nostre antiche mura, i nostri monumenti, le nostre istituzioni, essi vi dicono che i nostri padri seguirono le vie del bene, dell’ordine, della gentilezza e della bontà ispirata dalla Fede; e che noi seguiremo queste tracce, che c’indicano la via della civiltà.
A questa mamma infelice, cui bisogna pur far sapere l’infausta perdita del suo diletto figliolo, voi direte che tutta Irsina ha pianto sul suo caduto, che tutte le madri hanno occupato il posto della sua mamma in doloroso compianto, che tutte le fanciulle d’Irsina, hanno sfilato con gli occhi pieni di lagrime avanti alla sua bara baciandogli le mani.
Dite a questa povera mamma che il corteo funebre ha percorso le vie della città in mezzo ad un popolo che singhiozzava. Possa questa plebiscitaria manifestazione di cordoglio valere a confortare il suo immenso dolore.
Miei cari concittadini, nell’ora oscura che attraversa la nostra patria, direi tutta l’umanità, il sacrificio eroico del carabiniere Agnesod ha un valore di redenzione e non deve rimanere inutile e vano.
Il suo sangue, che ha tinte di rosso le nostre strade cittadine, è lo stesso sangue dei nostri fratelli caduti per terra, per mare, nei cieli in questa funesta guerra che preparava nuovi destini delle nazioni.
Gli stranieri che oggi occupano il suolo della Patria ci osservano, osservano se noi siamo degni d’ordinamenti liberi, e se immeritevoli di libertà, rimarremo aggiogati ad una dura servitù straniera”.